Una foto a colori che ritrae un tramonto. La luce e la disposizione delle nubi sembrano dar forma a due occhi cattivi nel cielo.
Attualità

Il delirio del potere: perché chi comanda perde il contatto con la realtà

Recenti vicende sembrano dimostrare che molti tra quanti esercitano un potere, grande o piccolo che sia, sviluppano senso di onnipotenza, perdita di contatto con la realtà, rifiuto del dubbio, una volontà di potenza insofferente a limiti e controlli.

Recenti vicende che coinvolgono politici inducono a riflettere sull’arroganza del potere, sulla sua sicurezza di impunità.

Come è possibile, ci si chiede, che persone intelligenti, che dovrebbero essere preparate all’esercizio di incarichi prestigiosi, si comportino in modo forse illegale, certamente poco onorevole, ma anche tanto superficiale e dissennato? Quando la semplice convenienza, il semplice interesse personale (non voglio scomodare parole come moralità e onore) consiglierebbero prudenza?
Sembra che, una volta raggiunta una qualsivoglia posizione di potere, vada perduto il contatto con la realtà.

O forse la democrazia, di cui tanto ci vantiamo, è solo una vernice superficiale sotto la quale cova ancora, mai sopito, il desiderio primitivo di potere assoluto: un potere che non si esercita, si occupa.
Se ci spostiamo dal nostro piccolo mondo a uno scenario geopolitico globale, vediamo questi aspetti manifestarsi in forma ingigantita.

Assistiamo increduli al rafforzarsi di un delirio di onnipotenza insensibile a ogni senso di vergogna, in un crescendo che tinge di colori farseschi la tragedia in atto.
Al presidente di una repubblica democratica non bastava atteggiarsi a monarca, il suo ego doveva misurarsi con il Papa e infine immaginarsi Dio.
Trump ha lanciato la sfida al Papa con la consueta arroganza, ma non ci può essere confronto perché, pur essendo entrambi anglofoni, i due parlano lingue diverse e soprattutto si muovono in una diversa dimensione temporale: l’orizzonte dell’uno è quello delle 24 ore scandite dalle dichiarazioni di una comunicazione compulsiva, l’orizzonte dell’altro è quello di un’istituzione che abbraccia secoli e millenni, e si proietta in un infinito futuro.

Intanto, di fronte a eccessi inspiegabili razionalmente, inizia ad allungarsi l’ombra della follia. Da Caligola a Hitler è sempre serpeggiata la tentazione di attribuire la responsabilità di eccidi, stragi, crimini efferati, persecuzioni crudeli a una qualche forma di malattia mentale, come se non le volessimo riconoscere come azioni di uomini legati a noi dalla comune natura, ma conseguenza di una disfunzione che non ci appartiene. Un modo per esorcizzare il male, allontanarlo attribuendolo a un mondo alieno… e anche per assolverci.

Anche se in alcuni casi si può ipotizzare un disagio psichico o un decadimento delle capacità cognitive, quei criminali non sono devono essere considerati pazzi sanguinari, piuttosto come despoti sanguinari, eventualmente pazzi.

Oggi vediamo emergere, sotto un fragile strato di democrazia, antiche pulsioni di dominio assoluto, libero da controlli e limiti.

La dismisura evoca la follia, tuttavia le si possono attribuire solo sbalzi di umore, incongruenza logica, fantasie megalomani, non disonestà intellettuale, rapace affermazione dei propri interessi, cinismo, cattiveria e crudeltà.

Molti degli attuali autocrati e dei piccoli satrapi nostrani, nonostante la differenza di potere, ambizioni e pericolosità, hanno in comune quella che un amico, esperto psicoterapeuta, ispirandosi al celebre racconto di Italo Calvino, ama chiamare «sindrome del cavaliere inesistente», ovvero della corazza vuota.

Anche se l’armatura di sir Agilulfo è lucente e immacolata, mentre quella degli attuali politici risulta ammaccata e lorda, si tratta pur sempre di un guscio che accoglie un nulla: nessuna sensibilità empatica, nessuna disposizione all’ascolto né interesse per un confronto reale, totale assenza dell’umiltà necessaria per accogliere il dubbio.
Risultato: si ha spesso l’impressione di assistere alla spettacolarizzazione di azioni recitate da maschere (forse generate dall’intelligenza artificiale?), mentre le loro vittime, quelle si, sono fatte di carne e di sangue.

E purtroppo non si tratta nemmeno di finzione: quelli alla loro maschera ci credono.

Psicologa e collaboratrice della Fondazione Lighea, attiva da oltre quarant’anni nel campo della salute mentale, della psicologia clinica e della riabilitazione psicosociale. Nata a Milano nel 1944, si laurea in Lettere all’Università degli Studi di Milano e si specializza successivamente in Psicologia, sviluppando un approccio che integra competenze cliniche e sensibilità umanistica. Il suo percorso professionale si colloca nel contesto della trasformazione della psichiatria italiana, con particolare attenzione ai servizi territoriali e ai percorsi di cura centrati sulla relazione. Dal 1984 collabora con la Fondazione Lighea, contribuendo al lavoro clinico e riabilitativo con pazienti psichiatrici, con un focus su continuità terapeutica, ascolto e inclusione sociale. Ha collaborato a programmi sperimentali sulla riabilitazione psicosociale, tra cui al Progetto promosso dalla Comunità Europea presso il Servizio Psichiatrico di Melegnano per il reinserimento sociale di pazienti lungodegenti. Ha partecipato al Progetto di Regione Lombardia per interventi di formazione e supporto psicologico a detenuti della Casa Circondariale di Opera. Dal 2016 è coordinatrice scientifica della rivista online Fuoritestata, dove si occupa di divulgazione psicologica, contribuendo a un lavoro culturale che favorisca l’inclusione di chi è affetto da disagio psichico nel contesto sociale. È autrice di articoli e contributi pubblicati su Fuoritestata e ha partecipato al volume “Almamatto” (Baldini e Castoldi, 2021). Il suo lavoro si distingue per l’attenzione alla dimensione relazionale della cura e alla integrazione di aspetti terapeutici e riabilitativi.

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