«La verità… tu non puoi reggere la verità, figliolo». Con queste parole inizia l’invettiva del colonnello Jessup, incalzato dall’avvocato Kaffee, durante il processo che lo inchioderà: il colonnello verrà giudicato colpevole di aver ordinato un “codice rosso”, ossia una punizione disciplinare non ufficiale, costata la vita a uno dei suoi soldati. Mi riferisco a Codice d’onore, con un impareggiabile Jack Nicholson e un giovane Tom Cruise nei panni dell’avvocato “pischello”.
Di che verità sta parlando Jessup? Di quella con la V maiuscola: qualcosa che solo lui detiene e che, di conseguenza, solo lui sa amministrare, trasformandola in strumento di dominio. Pazienza se il soldato che ha subito il codice rosso ha perso la vita: la regola è “punirne uno, per proteggere e salvare la patria”. Non c’è spazio per altro. Sempre il colonnello: «noi usiamo parole come codice, onore, fedeltà, usiamo queste parole come spina dorsale di una vita spesa per difendere qualcosa» e in nome di queste parole – aggiungo io – vale tutto. Non esiste il dubbio, o la complessità, né tanto meno la vulnerabilità (nel film il soldato che ha subito la punizione aveva chiesto di essere trasferito, perché si sentiva troppo fragile per la vita militare a Cuba, e la richiesta gli è stata fatale).
Parliamo, insomma, di una verità inattaccabile, tutta d’un pezzo, che a me pare somigli a un’arma e che come tale venga utilizzata.
Dalle aule di giustizia americane veniamo a noi. Siamo su YouTube, in uno studio apparentemente improvvisato, pressoché al buio. Va in onda un podcast dal titolo popolare e iperbolico, oltre che ammiccante e seduttivo: Falsissimo. Padrone di casa è il Fabrizio Corona nazionale, antieroe senza divisa e senza onore: non conduce un format televisivo, mette in scena la sua personale creatura. Seduto da solo su uno sgabello, illuminato dall’unico fascio di luce, ha dei fogli in mano e parla al suo pubblico, guardandolo dritto nell’occhio della telecamera che lo inquadra. Da lì, bello e terribile, racconta retroscena e scandali spesso considerati scomodi e controversi.
Il paragone diretto con il colonnello Jessup è un poco forzato, ma ciò che li lega, a mio avviso, è l’uso personalissimo della verità. Un giustiziere (il nostro), privo di legge, di mandato e di procedure, brandisce fatti e notizie per colpire noti personaggi televisivi.
La verità non è qualcosa che interroga chi la pronuncia, ma si offre come possesso esclusivo, sottratta al dubbio e al confronto. Un’arma, ancora una volta.
Il personaggio Corona, costruito in un’escalation che va dalla detenzione in carcere alla vendetta mediatica dell’uno contro tutti, piace, coinvolge. Ciò che affascina non è tanto ciò che svela, quanto il fatto che incarna la figura del giustiziere spregiudicato, che si muove con regole arbitrarie, su un palcoscenico tutto suo. Corona mostra il falso e ne punisce gli autori, senza pietà; si autoproclama custode e titolare di un potere che lo rende irresistibile agli occhi affamati di molti.
In entrambi i casi, Jessup e Corona, la tracotanza con cui viene gestita la verità è come un’ombra lunga, ipertrofica e ingombrante (devo ammettere che, nel caso di Corona, l’architettura del personaggio è farcita da un senso di vuoto che sfiora il grottesco). Chi decide come amministrare il vero, in un mondo in cui l’altro o è nemico o è strumento, disegna la prospettiva che l’analisi transazionale definisce “io ok, tu non ok”: quella in cui un giudice regna sovrano su tutti.
Una prospettiva pericolosa, a mio avviso, perché chiude la porta alla verità come ricerca continua, la sola capace di aprire orizzonti inediti e spazi di senso inesplorati.


