Una foto a colori, in formato orizzontale, che ritrae una banda musicale formata da sette carcerati, in piedi con vari strumenti davanti a una platea di sedie vuote. In primo piano c'è un uomo con un trombone, gli altri sei sono disposti in fila alle sue spalle.
Attualità

L’omicidio come risorsa: quando la cronaca ci costringe a guardarci allo specchio

Per comprendere chi uccide, dobbiamo prima capire cosa ci trattiene dal farlo, guardando dentro le nostre pulsioni, tra sovrastrutture civili e contenimento

Per parlare degli altri dobbiamo cominciare da noi stessi. È questo il punto d’avvio più onesto — e più scomodo — di qualunque riflessione, inclusa quella sull’omicidio. La cronaca ce lo impone ogni giorno: morti violente, femminicidi, esplosioni di rabbia che diventano stragi. Ma che cosa ci impedisce di compiere lo stesso gesto? Davvero siamo così lontani da chi uccide?

Nel nostro sistema simbolico, è la sovrastruttura civile — fatta di relazioni, affetti, valori, senso del dovere — a contenere l’impulso. Non è solo questione di morale. È che abbiamo qualcosa da perdere. Chi invece uccide, spesso non ce l’ha più. Nessun legame. Nessuna appartenenza. Nessuno a cui rendere conto.

In carcere, la rieducazione non può ridursi a una questione comportamentale. Un detenuto che “si comporta bene” non è automaticamente un uomo rieducato. È solo uno che ha imparato le regole del gioco. Ma tra comportamento e pensiero esiste un gap, uno scarto psichico che spesso viene ignorato dagli operatori stessi.

Può accadere, cioè, che lo stesso psicologo chiamato a valutare la riabilitazione e il possibile reinserimento sociale del detenuto proietti su di lui il suo tabù: se lo psicologo per primo non fa i conti con l’idea che uccidere possa essere efficace, allora presume che il detenuto abbia superato il problema solo perché non trasgredisce più. Ma il comportamento non basta, occorre un passo ulteriore.

Qui si tocca il nodo più difficile da nominare: l’efficacia dell’omicidio. Uccidere funziona. Risolve, nell’immediato, una frustrazione insopportabile. È un atto primitivo, ma tremendamente risolutivo per chi non ha strumenti simbolici per reggere lo stress della frustrazione.

Non riconoscere questa realtà significa lasciare l’omicidio nel tabù, e quindi non occuparsene. Come il suicidio, che diventa possibile solo dopo averlo mentalmente praticato più volte, anche l’omicidio può diventare un’opzione se il pensiero ci si è affacciato troppe volte (normalizzandolo) senza essere riconosciuto.

Spesso ricorriamo a livello di fantasia al pensiero dell’omicidio, perché anche a livello simbolico garantisce un certo margine di soddisfazione, come quando ci immaginiamo o auguriamo al nostro nemico le peggiori sofferenze. Questo contribuisce a farci capire quanto il pensiero dell’omicidio sia alla portata di tutti, qualcosa che appartiene a tutti e, proprio per questo, è così importante che non si erodano ma vengano nutriti tutti quei legami che ci consentono di restare umani.

C’è chi vive in un regime “di sopravvivenza”. Non nella nostra comoda esistenza fatta di bisogni soddisfatti e reti di protezione, ma in una giungla psichica dove uccidere è un’abilità di difesa. “O io, o lui”, in senso letterale. In queste condizioni, uccidere non è follia: è una strategia, una soluzione.

E allora, di cosa ha bisogno davvero una persona che ha ucciso? Di una rete relazionale e affettiva, di una cultura simbolica che gli restituisca un senso del limite e del valore. Di una società che lo reinserisca e favorisca la creazione di un contesto di riferimento sociale e di legami affettivi, non con l’obbedienza, ma con la capacità di preferire un legame alla soddisfazione istintiva.

Infine, un nodo che riguarda anche la narrazione della violenza omicida: la frequenza della cronaca nera, la ripetizione continua di titoli su femminicidi, omicidi, stupri, finisce per erodere le stesse strutture psichiche che ci proteggono. La reiterazione normalizza, autorizza. Trasmette l’idea che viviamo nel pericolo costante. E quando ci sentiamo sempre in pericolo, torniamo primitivi.

Forse allora dovremmo smettere di raccontare certi fatti come fossero eccezioni mostruose, e cominciare a guardarli per quello che sono: esiti estremi di un sistema che ha smesso di contenere.

Medico, psichiatra e psicoterapeuta con una lunga esperienza nella salute mentale, nelle dipendenze patologiche e nella gestione del disagio psichico in contesti complessi e ad alta vulnerabilità. Nata a Milano nel 1943, si laurea in Scienze Biologiche e in Medicina e Chirurgia con il massimo dei voti presso l’Università degli Studi di Pavia, specializzandosi in Psichiatria e perfezionandosi in Bioetica. Iscritta all’Albo dei Medici e degli Psicoterapeuti di Milano, ha ricoperto ruoli apicali nel sistema sanitario pubblico, tra cui Primario del Servizio per le Tossicodipendenze (Ser.T.) della ASL Città di Milano e dirigente dell’Unità Operativa “Carceri”, con responsabilità sulla Casa Circondariale di San Vittore e sull’Istituto Penale Beccaria. In questi ambiti ha sviluppato una competenza specifica nella psichiatria penitenziaria, nel trattamento delle dipendenze e nella presa in carico del disagio psichico in condizioni di marginalità sociale. Ha partecipato a commissioni di studio della Regione Lombardia, svolto attività di docenza e formazione in ambito sanitario ed è stata giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Milano, contribuendo alla valutazione del disagio adolescenziale e delle dinamiche familiari complesse. Accanto all’attività clinica, ha sviluppato una rilevante produzione scientifica con numerose pubblicazioni su psicopatologia, adolescenza, prevenzione del suicidio, abuso di sostanze, HIV e assistenza domiciliare. Tra i suoi contributi più significativi si distingue la curatela del volume Il primo colloquio con l’adolescente, testo di riferimento nella psicoterapia dell’adolescenza che affronta, a partire da esperienze cliniche in diversi contesti istituzionali, la complessità del primo incontro con il giovane paziente e la sua famiglia. Il libro, ancora oggi attuale, anticipa temi centrali della clinica contemporanea, sottolineando la specificità dell’intervento psicologico in adolescenza e la necessità di strumenti teorici e operativi adeguati alla gestione della crisi evolutiva. Il suo lavoro si distingue per l’integrazione tra dimensione clinica, sociale ed etica, con una particolare attenzione alla comunicazione della diagnosi, alla qualità della vita e ai contesti di maggiore fragilità, rappresentando un punto di riferimento nella psichiatria italiana per l’approccio ai contesti istituzionali e alla complessità del disagio psichico.

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