Una foto a colori, in formato orizzontale, che ritrae un cane (un bulldog francese) seduto a una scrivania, davanti a un monitor, una tastiera, una tazza di caffè e un blocco per gli appunti. Il cane indossa una camicia a maniche corte con una cravatta rosa e un paio di occhiali dalla montatura nera spessa appoggiati sulla fronte. Osserva il monitor davanti a sé con un'espressione un po' trasognata e malinconica.
Attualità

Cibo da cani

Una insegna insolita suscita prima curiosità e ironia, poi considerazioni più serie sul posto che gli animali domestici occupano nel nostro mondo affettivo. Animali largamente umanizzati molto ci dicono sui loro padroni.

Mentre cammino per strada, una vetrina attira la mia attenzione.

Leggo l’insegna: «CUCINA DA CANI – Cibo artigianale per cani e gatti», e sotto «Cucina casalinga – Take away – Diete personalizzate».

Rimango in dubbio se si preveda solo cibo da asporto o se all’interno del locale venga allestita una vera e propria mensa con ciotole appropriate e possibilità di socializzare, e se venga organizzato un sistema di rider per la consegna a domicilio.

Tra la curiosità e lo sconcerto, racconto la mia scoperta a un’amica con intento ironico, ma mi sento rispondere in tutta serietà: «Finalmente qualcuno ci ha pensato!». Poi, dopo una breve riflessione, si fa più critica: «Ma siamo sicuri che il cibo sia veramente genuino? Che tutte le norme igieniche vengano rispettate? E le diete? Possiamo fidarci? Ce l’hanno il nutrizionista?».

Ho rapidamente rinunciato all’ironia e ho iniziato a guardare la cosa con una diversa considerazione.

In un periodo di crisi di rapporti autentici, sostituiti dalle amicizie virtuali offerte dai social, in cui gli studi di psicologi e psicoterapeutici si riempiono di persone in cerca di qualcuno con cui parlare e da cui essere ascoltate, gli animali domestici rappresentano un importante investimento affettivo.

Il cane o il gatto è ormai uno di famiglia, un essere di cui prendersi cura e che, a differenza di molti umani, di tale cura è grato.

Spesso sentiamo dire: «Lui sì che mi capisce», e «lui» è il cane di casa, sul quale il padrone proietta il proprio pensiero e, dal momento che l’animale non parla e non può contraddirlo, ne riceve conferma: un alter ego con cui confidarsi e da cui ricevere comprensione e affetto incondizionato.

Depongo pertanto il facile sarcasmo e vengo ad ammettere che animali ormai umanizzati hanno, forse giustamente, diritto al loro ristorante.

E anche a una cuccia confortevole, magari firmata. Ci ha pensato un designer giapponese con la mostra Architecture for Dogs, allestita presso Adi Design Museum, con ricca scelta di arredi per tutte le esigenze.

Adesso una cosa la so: nel mio futuro c’è un cane.

Psicologo e psicoterapeuta. Professore "Libre Universidad de Salamanca".(traduzioni dallo spagnolo a cura di Carlo Perez )

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