Nella mia professione mi capita di incontrare con sempre maggiore frequenza persone che soffrono di perdita di identità o che affidano la loro identità all’avere piuttosto che all’essere. Cercano una diagnosi che le definisca, vengono a chiedermi: «Dimmi chi sono».
In molti casi si tratta di individui che si vivono come oggetti, non agiscono, sono agiti. Se ne lamentano, ma trovano nella passività e nel ruolo di vittime il vantaggio di evitare il rischio della scelta, la responsabilità di decidere.
Ho la sensazione che il nostro libero arbitrio stia evaporando: senza rendercene conto, siamo sempre più condizionati ed eterodiretti, non da un dittatore dispotico, ma da un potente sistema manipolatorio, un Grande Fratello collettivo.
Mi balena nella mente la figura del Grande Inquisitore immaginato da un Dostoevskij profetico che, sullo sfondo di una Siviglia rossa dei bagliori di fiamma dei roghi degli eretici, si rivolge con queste parole a Gesù Cristo tornato a visitare la terra: «Non dicevi Tu allora: “Voglio rendervi liberi?” Ebbene Tu adesso li vedi questi uomini “liberi” […] Per 15 secoli ci siamo tormentati con questa libertà, ma adesso l’opera è compiuta. Sappi che oggi questi uomini sono più che mai convinti di essere perfettamente liberi, e tuttavia ci hanno essi stessi recato la propria libertà e l’hanno deposta umilmente ai nostri piedi».[*]
L’Inquisitore prosegue nella sua requisitoria accusandolo di «aver gravato col peso dei suoi tormenti la vita morale dell’uomo» e di non averne avuto pietà per aver troppo preteso da lui. Infatti gli uomini sono ribelli deboli, incapaci di accogliere il terribile dono della libertà, che porta seco ansia, angoscia e l’insostenibile fardello della scelta tra il Bene e il Male. Niente è per loro più intollerabile, hanno bisogno di inchinarsi e di affidare ad altri la propria coscienza.
L’Inquisitore rivendica il merito di rappresentare un’istituzione che ha soppresso la libertà degli uomini per renderli felici, accordando loro, conoscendoli deboli, anche il permesso di peccare.
A settanta anni di distanza questa visione sembra aver trovato una versione desacralizzata nella società distopica immaginata da George Orwell in 1984, soggetta al potere occhiuto e pervasivo di un misterioso Grande Fratello.
C’è chi sostiene che la nostra epoca, dominata dalla rete informatica e dai social della connessione perenne, sulla quale si allunga l’ombra seducente e inquietante dell’Intelligenza Artificiale, non sia poi troppo lontana dalle fantasie orwelliane.
Chissà come andrebbe se Gesù Cristo decidesse di nuovo di visitarci portandoci in dono la libertà: sceglieremmo Lui o gli preferiremmo l’Algoritmo?
* F. Dostoevskij, La leggenda del Grande Inquisitore, in I fratelli Karamazov.


