Attualità

La comparsa di Matteo

Lunghi anni di latitanza e il mistero di cui si è circondato hanno fatto dell’inafferrabile Matteo Messina Denaro un personaggio da romanzo, il protagonista di una leggenda nera capace di entrare nell’immaginario collettivo. La realtà svelata dalla cattura ha ridimensionato tale leggenda, rivelando il grigiore di un’esistenza che ben esprime la banalità del male.

L’abbiamo finalmente visto il boss dei boss, il latitante imprendibile: un uomo dall’aspetto mediocre, vistosamente segnato dalla malattia. Una delusione rispetto alla leggenda nera, costruita grazie al mistero di un individuo depositario di inconfessabili segreti diventato ombra.

Il mistero, alimentando proiezioni fantastiche, ha favorito la costruzione di un personaggio capace di abitare l’immaginario collettivo.

E allora ogni dettaglio di cui la cronaca giornalistica si sia impossessata, ogni particolare emerso dall’indagine ambientale, ogni parola carpita ai compaesani diventa una spia intorno alla quale formulare ipotesi, nel tentativo di costruire un profilo di personalità. E’ stato inventariato il suo guardaroba – capi firmati, collezione di rolex, occhiali alla moda, cosmetici di marca – un’ostentazione di lusso che traccia l’immagine di un uomo elegante e raffinato, un uomo di mondo, ben diverso dal primitivismo contadino di un Riina. Può esibire perfino il doppio cognome, che arieggia un’origine nobiliare, con quel “Denaro” particolarmente suggestivo, quasi un presagio: nomen omen.

Si è scatenata la caccia ad amanti o presunte tali che trasmettono un’idea di potenza sessuale. Donne prigioniere del segreto, che non potevano parlare, non potevano raccontare, alle quali è forse parso di entrare in una trama romanzesca. Si è analizzata attentamente la sua biblioteca per indagarne i gusti letterari e dedurne gli indirizzi culturali e le inclinazioni ideologiche. Ne fanno parte alcuni testi di scrittori classici, molti romanzi storici e alcune biografie, che hanno particolarmente attirato l’attenzione perché potrebbero offrire indizi sui modelli che l’hanno ispirato nel definire la propria identità. Ci sono Putin, ovvero il potere politico, e Escobar, ovvero il potere malavitoso, Mengele, il genocida sfuggito alla cattura, Ilda Boccassini, l’inquirente che aveva incontrato; altre scelte appaiono più eccentriche: Agassi, ovvero come si costruisce un campione, Fabrizio Corona, immagine trasgressiva di un ribelle maledetto.

La sparizione, con le sue suggestioni fascinose, l’ha aiutato a costruirsi un Sé onnipotente, che riesce a incutere rispetto e paura pur in assenza, anzi grazie al mistero che ne dilata l’immagine   minacciosa e inafferrabile.

A costruirla abbiamo contribuito un po’ tutti, attraverso una narrazione orale cui ciascuno ha aggiunto un pezzo, fino a fare di lui il protagonista di una vita da romanzo. La mancanza del corpo ingigantisce l’ombra e lo si è potuto immaginare abitare dimore trasformate in fortini inespugnabili, sullo sfondo di paesi esotici o nel cuore di metropoli internazionali, frequentare locali esclusivi in compagnia di donne seducenti a conferma del carattere di maschio alfa, impegnato a ordire stragi e ad effettuare colossali operazioni finanziarie.

La sua dimensione è stata l’eccesso: di crudeltà, di orrore, di spettacolarizzazione. 

Certamente ha goduto di complicità e di una rete protettiva che gli ha permesso di vivere indisturbato per anni, ma credo che la gran parte degli abitanti di Castelvetrano siano sinceri quando dicono di non aver avuto alcun sospetto. Era il mito che si era e che gli avevano cucito addosso a proteggerlo. I suoi bravi compaesani non sapevano figurarselo dietro l’angolo, in un alloggio anonimo, arredato in modo dozzinale, al supermarket, con i sacchetti della spesa in mano, seduto al bar sotto casa a bere il caffè, magari parlando di calcio con gli altri avventori, infine nelle sale d’aspetto dell’ospedale a condividere con pazienti colpiti dallo stesso male, paure e speranze.

Visto da vicino poco rimane del fascino perverso che circondava l’uomo. 

Non pretendiamo di averne penetrato il segreto, questo solo possiamo dire: la mediocrità di una vita quotidiana grigia che sembra emergere delude le aspettative di identificare in lui il genio del crimine, l’interprete di un superomismo delittuoso di cui tanto a lungo si è favoleggiato. Ancora una volta, invece di scrutare nell’abisso della malvagità umana, ci siamo trovati di fronte la banalità del male. La sola realtà certa è il fiume di sangue versato e il fiume di denaro disperso in infiniti rivoli di corruzione e di malaffare.

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

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