Il distanziamento forzato dovuto alla pandemia e i danni psicologici causati da due anni di DAD, che hanno privato bambini e ragazzi dei rapporti sociali offerti dalla frequenza scolastica, ci avvertono del ruolo insostituibile svolto dal contatto fisico per una sana affettività. La relazione usa molti canali, sguardo e parola sono indubbiamente importanti, ma il tocco della pelle conferisce un elemento di vicinanza ancora maggiore, un riconoscimento affettivo più schietto.
Il linguaggio del corpo è fondamentale nelle prime fasi di vita: l’intimità del bambino con il corpo della madre è infatti elemento importante per uno sviluppo armonico della personalità. Con la crescita avviene un distanziamento progressivo e il linguaggio fisico viene sostituito dal linguaggio simbolico della parola. Toccare, percepire attraverso il tatto appare allora come una forma di conoscenza più primitiva, adatta alla sfera affettiva infantile, ma superata in età adulta da più sofisticati canali di contatto.
Il tatto è oggi un senso sottovalutato, il che non stupisce in una società supertecnologica, che valorizza particolarmente il virtuale. Non a caso si lamenta il venir meno di manualità artigianali con conseguente perdita di tutto un patrimonio di capacità creative e di tradizioni artistiche. La stessa perdita di concretezza investe le relazioni personali sempre più mediate dai social, senza il tocco della vicinanza che stabilisce il campo del reale.
Il tatto è un senso genuino, sincero, non mente, a differenza della parola, talvolta portatrice di inganno, spesso usata per dissimulare sentimenti ed emozioni.
Permette una comunicazione autentica: quando tocchi l’altro, lo cogli nella sua concretezza, lo fai esistere mentre ricevi conferma di esistere per lui.
La pelle segna il limite del mio essere soggettivo, divide mondo interno e mondo esterno, ma è una barriera porosa, lascia impronte. Il contatto di pelle ci riporta alla concretezza senza mediazioni, è personale. La delicatezza di questa intimità trova espressione anche nel senso figurato attribuito alla stessa parola “tatto” ovvero comportamento improntato a delicatezza, discrezione, diplomazia.
Sono stato piacevolmente sorpreso di ascoltare anche il Papa recentemente affermare che “il tatto è il senso più completo, pieno… toccare è farsi carico dell’altro”. Il tocco dell’altro ci riconosce, ci fa sentire accettati, stabilisce un’intimità. Non a caso il rapporto più intimo di tutti, quello sessuale, è un rapporto soprattutto di tatto, in cui ci si mette a nudo, di vesti e di difese.
Tornare a dare spazio al tatto e al contatto significa iniziare a tirare giù, almeno in parte, le difese che abbiamo dovuto innalzare e irrigidire in questi due anni. E tornare a sentire e ad ascoltare l’effetto che fa.


