Attualità

La follia ci salverà dall’estinzione?

Nella nostra società si fanno sempre meno figli e sempre più tardi. Molte le cause, ampiamente studiate da sociologi ed esperti e la pandemia ha peggiorato le cose: fare figli sta diventando sempre di più una cosa da pazzi

Da Rotterdam, il nostro inviato speciale.

“…che cosa ci può essere di più dolce e prezioso della vita? Ma a chi, se non a me, riportarne la desiderata origine?”

Gli stessi filosofi stoici dovranno “abbandonarsi un poco a qualche leggerezza e follia. Se vuole davvero diventare padre…anche il saggio più severo deve chiamare me, proprio me.

Quale uomo vorrebbe porgere il collo al capestro del matrimonio se prima…ne considerasse gli svantaggi?

Quale donna accosterebbe un uomo se conoscesse i pericolosi travagli del parto e i fastidi di allevare figli?

Perciò, se dovete la vita al matrimonio, comprenderete quello che dovete a me.

…senza l’aiuto della mia divinità la forza [di Venere] sarebbe insufficiente e inutile.”

                                                                                                                                             (Erasmo)

Così la follia rivendica i suoi meriti nei confronti del genere umano… ma ora, c’è da dire, pare ci abbia abbandonati e, così, di bambini ne nascono sempre meno.

La naturalezza incosciente con cui si facevano i figli è stata sostituita da programmazioni razionali, calcoli prudenti che pretendono di non lasciare nulla al caso, progetti a lungo ponderati che pianificano il futuro. Ad ostacolare la procreazione concorre una serie di cause ampiamente indagate da esperti sociologi: il venir meno di quella rete familiare di nonni, zii, fratelli, sorelle, parenti di diverso grado, vicini di casa, capace, fino al secolo scorso, di supportare la coppia genitoriale, mentre le istituzioni chiamate a sostituirla, asili nido e scuole primarie, numericamente insufficienti o troppo costose, non appaiono in grado di assicurare una funzione vicaria efficace; per alcuni gli intensi ritmi lavorativi, le esigenze della carriera che spostano in avanti il tempo dei figli, per altri la precarietà o la mancanza del lavoro con la conseguente incertezza del futuro. A tutto questo si sono ultimamente aggiunti gli effetti devastanti della pandemia.

Oggi i bambini si fanno tardi, in compenso questi figli tardivi assorbono tutte le energie della coppia genitoriale, che a loro sacrifica la propria sfera di intimità.

Padri e madri sempre più ansiosi si votano completamente alla prole, spesso un unico figlio, spinti da un eccessivo senso di responsabilità: la quotidianità familiare finisce per gravitare intorno alle esigenze del nuovo venuto, mentre la vita di coppia va sbiadendo o addirittura si annulla.

Nei primi anni di vita l’accudimento del neonato, in età scolare i compiti e le numerose attività pomeridiane, dai molteplici sport ai più svariati corsi, e poi gli scambi di ospitalità con gli amichetti, le feste, di compleanno e non, le uscite di gruppo… Al genitore stremato mancano tempo ed energie. Non solo per i piaceri sessuali, ma soprattutto per abbandonarsi alle fantasie, per elaborare quell’immaginario erotico indispensabile nutrimento del desiderio. Nonostante nella nostra epoca si evochi continuamente il sesso, in realtà – dicono gli esperti – di sesso se ne fa sempre meno.

Questo panorama scoraggiante ci porta a concludere che fare figli è roba da matti: li fai solo se non ci pensi, altrimenti ti viene paura, e noi, uomini moderni, siamo sempre meno propensi a perdere la testa. D’altra parte, dobbiamo anche ammettere che tanta saggezza programmatrice non ha fatto buona prova e che è forse il caso di invocare il ritorno di un po’ di follia, con la sua sconsideratezza creativa, il suo estro, la sua giovanile incoscienza portatrice di vita. 

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

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