Attualità

È un maschio o un mascalzone l’uomo che ci prova con tutte?

Nei paesi di cultura anglosassone lo scandalo sessuale è imperdonabile, da noi si è più inclini a scusare le intemperanze erotiche

Le molestie sessuali sono sempre odiose, ma c’è differenza se il molestatore e la vittima hanno un rapporto alla pari (sono colleghi di lavoro, compagni di studi, amici, conoscenti) o se tra i due c’è un rapporto asimmetrico, ovvero se il molestatore si trovi in posizione di potere e quindi sia in grado di esercitare qualche forma di ricatto. In questi casi la ragione per cui le donne oggetto di pesanti attenzioni esitano a denunciare è anche la vergogna di aver ceduto a tale ricatto. Oltre alla umiliazione, agisce l’ombra che getta il sospetto del “dono di scambio”: sesso per ottenere promozioni, incarichi, un lavoro, una parte in un film…
Quando però qualcuna prende coraggio e parla, è come aprire il vaso di Pandora.

Ne sa qualcosa Harvey Weinstein: le donne che lo hanno denunciato sono ormai a quota quaranta, e non è detto che sia finita. In pochi giorni uno dei più potenti produttori di Hollywood si è visto trasformare in un appestato con cui nessuno vuole avere a che fare. Mentre spuntano nuove accuse dirette ad altri protagonisti del mondo dello spettacolo.

Il biasimo ha coinvolto anche il silenzio degli uomini che sapevano e hanno taciuto. Forse perché non si sentivano del tutto innocenti? Forse perché di fronte a una bella donna nutrono anch’essi fantasie, non aggressive, ma comunque di desiderio? La solidarietà (o omertà) maschile può derivare da una sorta di identificazione?

A differenza di quanto avviene nei paesi latini, in quelli di cultura anglosassone l’opinione pubblica raramente perdona lo scandalo sessuale e le menzogne a esso collegate. Come sempre la discriminante è il giudizio dell’ambiente sociale: laddove certi comportamenti vengono sanzionati senza appello, chi li pratica sarà bollato con marchio d’infamia, mentre in contesti nei quali agiscono ancora i resti di una antica tradizione maschilista possono essere considerati con una certa indulgenza, quando non con divertita complicità.

A questo proposito è interessante confrontare come media e social hanno trattato la vicenda Weinstein. Mentre negli Stati Uniti è finito sotto accusa il ritardo con cui gli uomini che ne erano a conoscenza, attori e registi famosi, hanno denunciato gli abusi, in Italia è stato oggetto di discussione, quando non di sospetto, quello con cui lo hanno fatto le donne che ne sono state vittime.

Da noi lo scandalo sessuale può alimentare un gossip goloso, può anche implicare l’intervento della magistratura, ma chi ne è al centro non necessariamente scompare dalla vita pubblica o diviene oggetto di ostracismo sociale, anzi, può continuare a godere di considerazione e addirittura di seguito politico.

Non è necessario fare nomi.
Del resto, in Francia, il presidente François Mitterrand si era diviso tra due famiglie senza che i francesi se la prendessero o che il suo prestigio ne soffrisse.

È impensabile che negli Stati Uniti un fruitore di festini hard o anche semplicemente un marito infedele sia ritenuto compatibile con alte cariche istituzionali. L’adulterio comporta infatti il segreto, la menzogna, un vulnus alla fiducia che lega il cittadino a chi lo rappresenta o lo governa e che, se tradita, produce gravi conseguenze.
Nei paesi di cultura anglosassone agisce ancora, nel profondo, l’eredità dell’etica protestante e puritana: gli scandali sessuali hanno spesso determinato la fine di promettenti carriere. Quanti uomini politici di successo e aspiranti alla Casa Bianca sono stati bruciati così. Da Gary Hart, possibile candidato democratico alla Presidenza, a John Edwards, altra promessa democratica mancata, al governatore della California Arnold Schwarzenegger, per citare solo i nomi più noti, passando per sindaci, governatori, membri del Congresso, fino al generale Antony Petraues, eroe dell’Iraq e dell’Afghanistan, costretto a dimettersi da direttore della CIA.
A Clinton è andata un po’ meglio, si è salvato a stento dopo mesi di gogna mediatica.
Anche la sorte di Dominique Strauss Kahn avrebbe potuto forse essere diversa, se il fattaccio che l’ha visto coinvolto con la cameriera fosse avvenuto in un hotel di Parigi e non di New York.

In Italia le cose vanno un po’ diversamente: i politici o gli uomini di potere sono forse indifferenti al sesso? O sono troppo occupati nelle loro beghe di partito o intenti a procurarsi mazzette per averne tempo? Non direi. È vero piuttosto che, anche se le cose stanno cambiando, fino a tempi recenti le molestie del maschio latino hanno sempre trovato tolleranza.
Certo, la nostra società, lontana dalla severa etica delle chiese riformate, è più incline a scusare le intemperanze erotiche. Che sia conseguenza dell’educazione cattolica? Di una religione tanto rigida nella dottrina in materia di sesso quanto maternamente indulgente e pronta al perdono nella pratica, attraverso la confessione ai suoi ministri?
Da noi lo scandalo che fa scandalo e indigna i cittadini è sempre quello di carattere corruttivo. Anche il sesso sembra assumere un valore strumentale di surrogato e complemento del denaro, funzionale alla corruzione di politici e amministratori. La percezione diffusa è che il malaffare pervada tutto il corpo della nazione e della sua classe dirigente. Questo spiega come la condanna non colpisca solo chi viene riconosciuto colpevole, ma si allarghi all’intero mondo politico-affaristico, largamente screditato.
L’accanimento con cui l’opinione pubblica si scatena finisce perfino per suscitare qualche sospetto.
Che sia anche una proiezione liberatoria di propri sensi di colpa?
Comunque stiano le cose, nel confronto, le questioni di sesso finiscono per apparire a molti colpe secondarie.

Psicologa e collaboratrice della Fondazione Lighea, attiva da oltre quarant’anni nel campo della salute mentale, della psicologia clinica e della riabilitazione psicosociale. Nata a Milano nel 1944, si laurea in Lettere all’Università degli Studi di Milano e si specializza successivamente in Psicologia, sviluppando un approccio che integra competenze cliniche e sensibilità umanistica. Il suo percorso professionale si colloca nel contesto della trasformazione della psichiatria italiana, con particolare attenzione ai servizi territoriali e ai percorsi di cura centrati sulla relazione. Dal 1984 collabora con la Fondazione Lighea, contribuendo al lavoro clinico e riabilitativo con pazienti psichiatrici, con un focus su continuità terapeutica, ascolto e inclusione sociale. Ha collaborato a programmi sperimentali sulla riabilitazione psicosociale, tra cui al Progetto promosso dalla Comunità Europea presso il Servizio Psichiatrico di Melegnano per il reinserimento sociale di pazienti lungodegenti. Ha partecipato al Progetto di Regione Lombardia per interventi di formazione e supporto psicologico a detenuti della Casa Circondariale di Opera. Dal 2016 è coordinatrice scientifica della rivista online Fuoritestata, dove si occupa di divulgazione psicologica, contribuendo a un lavoro culturale che favorisca l’inclusione di chi è affetto da disagio psichico nel contesto sociale. È autrice di articoli e contributi pubblicati su Fuoritestata e ha partecipato al volume “Almamatto” (Baldini e Castoldi, 2021). Il suo lavoro si distingue per l’attenzione alla dimensione relazionale della cura e alla integrazione di aspetti terapeutici e riabilitativi.

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