C’è una malattia subdola di cui in Italia nessuno fa parola, forse per paura che diventi un’epidemia. Ma è già un’epidemia, ed è subdola proprio perché non ce ne siamo accorti. Non ha un nome scientifico, forse non è neppure corretto considerarla una malattia. Non ha effetti immediati, ma se diventa cronica è devastante, e conduce alla paralisi, alla disperazione, al suicidio di massa. Si chiama rassegnazione. Ne soffrono ormai milioni di italiani, senza distinzione di età, di professione, di sesso. Certo nei giovani è più grave: da noi c’è la percentuale più alta di under trenta che non studiano più, non lavorano e non cercano un lavoro.
Rassegnati a una vita di stenti, di abulia o di rancore. Ma questa, a ben guardare, è solo la punta dell’iceberg, forse la conseguenza di una rassegnazione più diffusa, più strisciante, che tocca l’uomo della strada ma anche le istituzioni, anche quelle delegate a dare sicurezza, a creare aspettative, a suscitare entusiasmi. Mi appaiono sempre più chiari i sintomi di un’arrendevolezza crescente all’inefficienza, alla volgarità, al malcostume, all’illegalità. E sì che vivo a Milano, non certo tra le città più disastrate. Eppure i segnali allarmanti sono tanti. Non solo nella periferia degradata ma anche in pieno centro direzionale si spaccia droga sulla pubblica via, complice l’inadeguatezza dei controllori, ma soprattutto
l’indifferenza dei benpensanti: migliaia di cittadini testimoni oculari del misfatto, convinti che non spetti a loro protestare, denunciare, “perché tanto a cosa serve, io cosa posso farci, non cambia niente…”
È questa la litania della rassegnazione, che ci assolve come un pater-ave-gloria da qualsiasi corresponsabilità nel processo di disgregazione del tessuto sociale. Accettiamo e subiamo senza batter ciglio l’invasione delle puttane, le interminabili code negli uffici pubblici, i portoghesi che girano in tram e in autobus senza pagare il biglietto, le auto parcheggiate in seconda fila, i ristoranti e gli artigiani che non rilasciano scontrini, gli ambulanti abusivi, i mendicanti finti storpi, e perfino le cacche dei cani, che ci obbligano a destreggiarci in slalom sui marciapiedi della periferia e del centro.
Vi risparmio numeri e statistiche, ma quest’ultima li merita: sapete quante multe sono state date ai padroni dei quattrozampe milanesi “fuorilegge”? Dieci dall’inizio dell’anno. Un’assurdità che chiama in causa la responsabilità dei vigili che non vigilano sulle cacche (né sulle cinture di sicurezza, né sulle auto in seconda fila), ma soprattutto le migliaia di pedoni che vedono, scansano o s’insozzano, ma non reagiscono, se non con la consueta litania della rassegnazione. Amministratori o amministrati, siamo tutti responsabili di connivenza o, se il termine vi risulta offensivo, di condiscendenza verso queste piccole manifestazioni di inciviltà, presupposto di un fatalismo più fatale, che conduce al caos.


