Abbiamo il diritto all’autorealizzazione?

Nella società contemporanea lo diamo per scontato, ma si tratta di una libertà che noi – per primi – dobbiamo concederci ogni giorno

“E’ più facile costruire bambini forti che riparare uomini rotti”. La celebre frase è attribuita a Frederick Douglass, riformatore sociale e statista afroamericano divenuto famoso per il suo talento oratorio ma soprattutto per la sua determinata lotta antischiavista, dopo esser stato lui stesso, schiavo. Un’affermazione d’impatto, la sua, dalla verità quasi scontata alla prima lettura. È più facile lavorare sulla forma malleabile dei bambini, aiutarli a rafforzarsi, a mettere radici che permettano loro di ergersi alti, piuttosto che operare, in età adulta, una ricostruzione del proprio equilibrio e della propria solidità emotiva e psicologica dopo una grave sofferenza, un trauma, una fase di difficoltà profonda. Se così è, dove si colloca il terreno creativo e fertile del percorso psicologico o psicoterapico, che continua ad affascinare un bel po’ di menti adulte, magari quelle particolarmente coraggiose e affascinate dalla parola “possibilità”? 

Bambini forti da creare, uomini rotti da riparare. Rileggendo la citazione con i filtri della nostra contemporaneità si ritrova, seppur in modo implicito e velato, una carica vitale occulta, quella che contempla l’ormai consolidata possibilità – per noi – di poter operare liberamente delle scelte, siano esse riparative o costruttive, finalizzate a definire o ridefinire i propri bisogni, le proprie priorità, le proprie volontà in rispetto al proprio personale progetto di vita. 

Come già era per Aristotele, l’essere in atto, “ciò che sono” e l’essere in potenza, “ciò che potrei essere”, sono lati della stessa medaglia, quella che presuppone la possibilità di poter divenire qualcosa di diverso, di potenziale, rispetto a ciò che si è, nel presente. Nella sua filosofia il termine “Entelechia”, intesa come la naturale tensione dell’uomo finalizzata a realizzare se stesso, entrava con naturalezza a sottolineare il valore del termine autorealizzazione. Pensiamo a come oggi sia scontata la possibilità di mettere in campo scelte autonome, volte alla propria gratificazione, soddisfazione, riconoscimento, eppure tale diritto (o dovere?) che emerge in ogni piccola o grande scelta quotidiana, dalla scelta dell’abito da indossare al mattino che più incarna il nostro mood al decidere a quale corso di laurea iscriversi, riverbera una luce intensa legata a traguardi inestimabili raggiunti attraverso impegni morali e umani di persone che hanno speso la loro vita in nome di ideali nobili, quali battersi per la libertà. In tempi non così troppo remoti, ahimè, la possibilità di poter scegliere una propria e libera modalità di risposta a un qualunque stimolo che la vita offriva, era pressoché nulla.

Ma è davvero più facile costruire bambini forti che riparare uomini rotti?

Nessuna delle due ambizioni è opera semplice e il terreno di dialogo diventa particolarmente carismatico a mio avviso quando due immagini evocative di tale portata si manifestano all’orizzonte: investire sull’educazione emozionale sin dai primi anni di vita trovo sia uno strumento insostituibile per incentivare lo sviluppo emotivo del bambino ma al contempo ritengo che essere consapevoli che anche l’età adulta può contenere e prevedere percorsi riabilitativi finalizzati a ricostituire eventuali zone d’ombra sia una preziosa possibilità nelle mani dell’uomo contemporaneo. 

Riconoscere l’impegno umano di personaggi come Frederick Douglass restituisce certamente luce ai momenti bui che il pensare e l’agito umano hanno attraversato, quando il termine Entelechia era ancora un approdo lontano per cui battersi, quando la possibilità di nutrire ed esprimere il proprio sé ideale era un lusso per pochi eletti e verbi tesi alla possibilità d’espressione, erano un miraggio; sono realmente esistiti tempi in cui verbi transitivi come riparare o costruire vite umane erano in mani decisionali diverse dalle proprie. Che sia in modalità costruttiva piuttosto che riparativa, è vitale oggi ricordare, soprattutto nelle fasi cruciali di scelta o di transizione, che l’uomo contemporaneo può valutare, ideare, pianificare e agire (non solo sognare!) la propria autorealizzazione e che forse tale progetto ha il diritto, oltre che il dovere, di poter contare sulla nostra migliore cura e dedizione.

Le immagini forti e potenti di questo periodo impossibili  da sfocare, di donne e bimbi  che dall’Ucraina imboccano sentieri incerti e sconosciuti carichi di dolore pur di ritrovare la possibilità di ideare e progettare un domani migliore e libero sono un insegnamento incredibile che dovrebbe forse rifocalizzare la nostra attenzione su una domanda particolarmente sfidante, visti i tempi: quanto stiamo sfruttando la nostra piena libertà di scelta ed azione per costruire valore nella nostra vita ed essere al contempo contributo attivo in quella altrui?

L’”Entelechia” dell’uomo vive nella sua libertà e nella sua responsabilità, quella che vive dietro ad ogni – anche apparentemente banale – scelta.

Giuditta Tanzarella

Dottoressa in scienze e tecniche psicologiche e coach, si dedica attivamente al coaching nel segmento business, executive e life.

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