Ha suscitato ampia discussione e vivaci polemiche l’annuncio del decreto legge d’urgenza per limitare al 30% la presenza di alunni “stranieri” nelle classi di ogni ordine e grado della scuola italiana.
Potrebbe sembrare una proposta di buon senso. Ma è proprio così?
Bisognerebbe innanzi tutto stabilire chi siano gli “stranieri”.
Bambini e ragazzi di famiglie extracomunitarie di recente immigrazione? O anche di famiglie appartenenti all’Unione Europea?
Bambini e ragazzi di famiglie straniere di seconda generazione?
Bambini e ragazzi nati in Italia da genitori di altra nazionalità?
L’esistenza di una circolare del 2010 (Ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini) con provvedimenti simili a quelli del decreto promesso, largamente disattesa in quanto difficilmente applicabile, suggerirebbe prudenza.
La notizia ha risvegliato in me lontani ricordi: un tuffo nel passato. Era il 1974 e io, fresco di specializzazione, ottenevo il mio primo incarico come psicologo dell’ONMI (Opera Nazionale Maternità e Infanzia) in quel di Magenta.
Erano anni rivoluzionari per la psichiatria: si discuteva e si combatteva per la chiusura degli istituti manicomiali (aboliti nel 1978 dalla legge 180) e incominciava a diffondersi una nuova sensibilità nei confronti del disagio psichico.
La battaglia che io mi trovai a combattere fu quella per l’abolizione delle classi differenziali e delle scuole speciali.
Nell’esercizio delle mie funzioni mi ero accorto che molti bambini e ragazzi che finivano in quei tipi di strutture non avevano deficit intellettivi o disabilità particolari, erano solo figli di una migrazione interna proveniente dalle zone più povere e sottosviluppate dell’ltalia di allora.
Venivano dalla Sicilia profonda, dalla Calabria, dalle regioni depresse del Veneto… Non conoscevano o conoscevano poco la lingua italiana, parlavano il loro dialetto.
Fu una battaglia lunga, difficile, ferocemente combattuta. Bisognava vincere l’opposizione di insegnanti e dirigenti scolastici preoccupati per il maggior carico di lavoro e scettici sulle possibilità di integrazione, nonché le riserve dei genitori degli alunni considerati “diversi” e quelle dei genitori degli alunni cosiddetti “normali”: i primi temevano una minore protezione per i loro figli, i secondi un pericolo, o comunque un danno, per i propri.
Nel 1977, la legge 517 del 4 agosto decretava la chiusura delle classi ghetto.
Oggi gli “stranieri” sono gli equivalenti di quei ragazzi “italianissimi” degli anni 70.
Se il problema è l’ignoranza della lingua italiana (come si è affrettato a precisare il ministro Valditara, correggendo lo sbrigativo “stranieri” della premier) il discrimine deve essere il livello di conoscenza di tale lingua, non l’origine familiare o il luogo di nascita.
L’uso improprio e incauto delle parole rivela quello che le ragionevoli argomentazioni a sostegno della proposta di legge nascondono. Un pregiudizio, forse inconscio, nei confronti dei figli dell’immigrazione, oltre a una buona dose di demagogia, che ha spinto a evocare l’immagine di uno sparuto gruppetto di bambini italiani intimiditi dalla presenza di un soverchiante numero di compagni stranieri pronti a imporre la propria cultura.
I problemi dell’integrazione non si risolvono spostando alunni come pacchi, talvolta con evidenti difficoltà logistiche, ma studiando soluzioni adeguate, diverse per le diverse situazioni: potenziamento degli insegnanti di sostegno, lezioni supplementari per chi ne necessiti, docenti con preparazione specifica per l’insegnamento dell’italiano a soggetti di madrelingua straniera; oltre, naturalmente, a sostanziosi investimenti sulla scuola.


