Un'illustrazione che raffigura tante braccia di bambini tese verso l'alto, avvolte in maniche con tanti motivi colorati e diversi, e con le mani di tanti colori diversi.
Attualità

Classi ghetto e alunni stranieri: dai meridionali degli anni ’70 ai nuovi capri espiatori

Il decreto legge sul tetto di alunni stranieri per classe e la battaglia per l’abolizione di classi differenziali e scuole speciali negli anni ’70: allora gli equivalenti degli attuali “stranieri” erano gli italianissimi figli dell’immigrazione interna dalle zone più povere e sottosviluppate del nostro Paese. Situazioni diverse, uguali pregiudizi.

Ha suscitato ampia discussione e vivaci polemiche l’annuncio del decreto legge d’urgenza per limitare al 30% la presenza di alunni “stranieri” nelle classi di ogni ordine e grado della scuola italiana.

Potrebbe sembrare una proposta di buon senso. Ma è proprio così?

Bisognerebbe innanzi tutto stabilire chi siano gli “stranieri”.

Bambini e ragazzi di famiglie extracomunitarie di recente immigrazione? O anche di famiglie appartenenti all’Unione Europea?

Bambini e ragazzi di famiglie straniere di seconda generazione?

Bambini e ragazzi nati in Italia da genitori di altra nazionalità?

L’esistenza di una circolare del 2010 (Ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini) con provvedimenti simili a quelli del decreto promesso, largamente disattesa in quanto difficilmente applicabile, suggerirebbe prudenza.

La notizia ha risvegliato in me lontani ricordi: un tuffo nel passato. Era il 1974 e io, fresco di specializzazione, ottenevo il mio primo incarico come psicologo dell’ONMI (Opera Nazionale Maternità e Infanzia) in quel di Magenta.

Erano anni rivoluzionari per la psichiatria: si discuteva e si combatteva per la chiusura degli istituti manicomiali (aboliti nel 1978 dalla legge 180) e incominciava a diffondersi una nuova sensibilità nei confronti del disagio psichico.

La battaglia che io mi trovai a combattere fu quella per l’abolizione delle classi differenziali e delle scuole speciali.

Nell’esercizio delle mie funzioni mi ero accorto che molti bambini e ragazzi che finivano in quei tipi di strutture non avevano deficit intellettivi o disabilità particolari, erano solo figli di una migrazione interna proveniente dalle zone più povere e sottosviluppate dell’ltalia di allora.

Venivano dalla Sicilia profonda, dalla Calabria, dalle regioni depresse del Veneto… Non conoscevano o conoscevano poco la lingua italiana, parlavano il loro dialetto.

Fu una battaglia lunga, difficile, ferocemente combattuta. Bisognava vincere l’opposizione di insegnanti e dirigenti scolastici preoccupati per il maggior carico di lavoro e scettici sulle possibilità di integrazione, nonché le riserve dei genitori degli alunni considerati “diversi” e quelle dei genitori degli alunni cosiddetti “normali”: i primi temevano una minore protezione per i loro figli, i secondi un pericolo, o comunque un danno, per i propri.

Nel 1977, la legge 517 del 4 agosto decretava la chiusura delle classi ghetto.

Oggi gli “stranieri” sono gli equivalenti di quei ragazzi “italianissimi” degli anni 70.

Se il problema è l’ignoranza della lingua italiana (come si è affrettato a precisare il ministro Valditara, correggendo lo sbrigativo “stranieri” della premier) il discrimine deve essere il livello di conoscenza di tale lingua, non l’origine familiare o il luogo di nascita.

L’uso improprio e incauto delle parole rivela quello che le ragionevoli argomentazioni a sostegno della proposta di legge nascondono. Un pregiudizio, forse inconscio, nei confronti dei figli dell’immigrazione, oltre a una buona dose di demagogia, che ha spinto a evocare l’immagine di uno sparuto gruppetto di bambini italiani intimiditi dalla presenza di un soverchiante numero di compagni stranieri pronti a imporre la propria cultura.

I problemi dell’integrazione non si risolvono spostando alunni come pacchi, talvolta con evidenti difficoltà logistiche, ma studiando soluzioni adeguate, diverse per le diverse situazioni: potenziamento degli insegnanti di sostegno, lezioni supplementari per chi ne necessiti, docenti con preparazione specifica per l’insegnamento dell’italiano a soggetti di madrelingua straniera; oltre, naturalmente, a sostanziosi investimenti sulla scuola.

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

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