Tra le mille passioni che mi capita di avere c’è l’acquariologia. Da persona precisa — si potrebbe parlare di personalità ossessiva, ma trattandosi del sottoscritto pratico una certa indulgenza — ho cominciato con la lettura di libri, l’acquisto di materiali per analizzare l’acqua, set per la pulizia, prodotti, prodotti… tanti prodotti.
Preso da maniacale attenzione, pulivo con regolarità le pareti, misuravo ossessivamente PH, alcalinità, durezza, solfati, solfiti, ecc. Tutto era perfetto, tranne un particolare assolutamente non trascurabile: i pesci non vivevano. Tendevano a morire con una certa regolarità, e io ero disperato.
Prima me la presi con il negoziante, che vendeva pesci già stressati e dunque dalla vita breve; poi con l’acqua di Milano troppo dura, con troppo cloro; poi me la presi con i metalli contenuti nel terriccio… Insomma, per farla breve, dopo sei mesi di attenzione costante e di ansia devastante arrivò il momento di andare in ferie e dunque dovetti provvedere con una mangiatoia automatica e mollare il colpo.
Di ritorno dalle ferie venni preso da mille vicissitudini e preoccupazioni familiari, tra le quali un ricovero in ospedale che mi impegnò non poco.
Così, giorno dopo giorno, l’acquario divenne meno splendente, i cambi d’acqua del tutto occasionali, i controlli praticamente assenti e, senza che io me ne potessi accorgere, accadde qualcosa di assolutamente inaspettato: i pesci resistettero oltre misura e cominciarono a nascere piccoli pesciolini, le alghe crescevano copiose, si formavano alcune insenature dalle quali nascevano alcune chioccioline molto carine. A distanza di un paio di anni avevo ottenuto l’acquario tanto agognato e traboccante di vita.
Pensando a questo episodio non posso che scorgere una metafora interessante dal punto di vista esistenziale che mi colpisce a più livelli. Il primo livello riguarda la vita e la sua diffusione:
noi spesso pensiamo di poter controllare la vita attraverso la nostra conoscenza, attraverso misure e pulizia, dimenticando che forse invece il luogo della vita non è così pulito e igienizzato, al contrario il luogo della vitalità è spesso sporco, maleodorante.
Dal brodo primordiale al liquido amniotico — che altro non è che una soluzione liquida di urina e altri umori — tutto sembrerebbe indicare che la vita vada pescata nel torbido e, a pensarci bene, anche il piacere, l’erotismo, il sesso sono espressioni tutt’altro che “pulite”. D’altra parte usiamo spesso l’espressione «fare le cose sporche».
Il secondo livello penso attenga al capire e al conoscere: spesso abbiamo l’esigenza di controllare la realtà andando alla spasmodica ricerca di una verità che altro non è che un unguento ansiolitico per la nostra indomabile necessità di controllo. Il tutto però ci porta a capire così tanto la realtà da perderne gli aspetti di vitalità, insomma a togliere il pesce dall’acqua per evitare il fastidioso rumore della vita.
A conti fatti, forse, dovremmo accettare una fatica continua che sta nel tollerare di tenere insieme logica e passione, di cercare continuamente una misura che non c’è, di nutrire costantemente il non sapere anziché la verità.
Come direbbe Alessandro Bergonzoni: «Dormire sonni preoccupati per nutrire il dubbio».



Un commento
Liliana Leotta
Massimo il tuo articolo e’ stupendo e la metafora che utilizzi e’ perfetta.
Non solo, ma purtroppo mi ci riconosco proprio, ahime’!
Sono io quella che vive costantemente alla ricerca di trovare una giusta misura tra logica e passione, gestendo un controllo emotivo che alla fine mi fa sentire di vivere una vita ” finta”. In definitiva, non oso mollare il controllo!
Ma dove sta la chiave di questo lucchetto che anestetizza la mia vita? E’ questo il mio tema esistenziale e continuo a lavorarci; penso non mi bastera’ questa vita.
Un abbraccio Liliana