Ha ricevuto grande attenzione mediatica la tragica fine di Ramy Elgami, il diciannovenne morto nello schianto dello scooter, di cui occupava il sedile posteriore, dopo un contatto con l’auto dei carabinieri, alla fine di un lungo, folle inseguimento per le vie di Milano. La dinamica della vicenda è stata accuratamente ricostruita: il giovane alla guida dello scooter (anch’egli rimasto ferito) non si era fermato a un posto di blocco, provocando la reazione della pattuglia con il suo tragico epilogo.
Nei giorni seguenti il quartiere Corvetto di Milano è stato teatro di violente proteste, guidate dagli amici del due giovani, contro le forze dell’ordine, ritenute responsabili di una morte assurda e di pregiudizi nei confronti della comunità di immigrati musulmani (la vittima era di origine egiziana).
L’opinione pubblica si è prontamente divisa su ragioni e torti, e anche in seno alla nostra redazione si è prodotto un vivace dibattito tra i sostenitori del diritto – dovere dei carabinieri di intervenire di fronte a una palese violazione di legge – e coloro che hanno parlato di accanimento insensato, rilevando la sproporzione tra causa ed effetti.
L’inseguimento si è protratto per circa 8 chilometri attraverso vie cittadine frequentatissime, quindi ad altissimo rischio: il drammatico esito era prevedibile. Anzi, il bilancio poteva essere ben più pesante: automobilisti di passaggio e pedoni, magari imprudenti, potevano rimanere coinvolti e far aumentare il numero delle vittime. Saggezza, o semplice buon senso, avrebbero suggerito, dopo un breve tentativo, di desistere.
Le forze dell’ordine, a qualsiasi corpo appartengano, dovrebbero ricevere – e in effetti credo ricevano – una formazione che permetta loro di valutare con competenza le diverse situazioni e di assumere le decisioni conseguenti. Leggi, regolamenti, protocolli non devono venire applicati rigidamente, facendosi scudo della normativa per declinare ogni responsabilità.
Che gli ordini di servizio non possano essere alibi, che una divisa non possa abolire la responsabilità personale dovrebbero avercelo insegnato tragiche vicende storiche.
Mi piace immaginare le Istituzioni dello Stato come depositarie di un’etica condivisa: le forze dell’ordine non sono solo rappresentanti della Legge, ma anche garanti della sicurezza dei cittadini.
In questo caso sembrerebbe che i carabinieri di pattuglia abbiano rinunciato a interpretare questo ruolo per mettersi al livello degli inseguiti e lasciarsi prendere dall’agonismo della gara. Allora i fuggitivi hanno cessato di essere due ragazzi, forse balordi, forse drogati, forse semplicemente impauriti, per diventare avversari in una competizione portata fino alle estreme conseguenze.


