Psiche

Piuttosto che restare fermi e inerti… facite ammuina!

L’immobilismo indotto dal Covid è un pericolo per la psiche: può servire un antico rimedio, apparentemente insensato

Mentre si aprono le dighe dei divieti e la folla sciama nelle strade, ci sono anche quelli che si chiedono con ansia se saranno in grado di riprendere le vecchie abitudini. L’inerzia, tentazione insidiosa, ha cominciato a fare vittime, si è mangiata la volontà di fare, il movimento spensierato. Costretti a stare fermi, chiusi in casa, abbiamo a lungo sofferto della mancanza di vita, ma a poco a poco ci andiamo assuefacendo. E alcuni si sono lasciati sedurre dall’inerzia, che ha i suoi vantaggi: evita la necessità di scegliere, protegge da frustrazioni e paure, sottrae al confronto, congela l’esigenza di cambiamento, tutte cose che ci attendono là, nel mondo di fuori.

Di questo adagiarsi nell’inerzia si scorgono già i segni: chi lavora o studia a casa, in smart-working o in DAD, è tentato di non lavarsi e di non vestirsi, tende a trascorrere il giorno in pigiama o in tuta, magari cura ancora quelle parti del suo aspetto che appaiono sullo schermo del computer, per il resto può anche rimanere a piedi nudi o in mutande, tanto nessuno lo vede.

Insomma, il Covid, oltre alle ferite del corpo, ci sta procurando una epidemia di ferite della psiche che sarà necessario curare.

L’inerte ha bisogno di protesi per sopravvivere e quindi si organizza, diventando sempre più dipendente dagli altri: ha cominciato col fare la spesa on line per finire con il farsi portare i pasti già confezionati. Ci stiamo rapidamente adeguando a quanto succede da tempo in altri Paesi, perdendo quella dimensione del cibo legata al calore della vita familiare e radicata nella ricchezza delle nostre tradizioni locali.

Naturalmente si assiste ad un allargarsi delle divaricazioni sociali tra chi, sorta di motore immobile, è in grado di servirsi degli altri e chi le protesi non può permettersele o chi protesi diventa, rendendosi indispensabile. Siamo forse di fronte ad un nuovo esempio di dinamica servo – padrone?

Io, come tutti quelli che si occupano di pazienti psicotici, di inerzia me ne intendo.

Infatti l’inerzia fa parte del nucleo profondo di tutte le psicosi: chi ne soffre si ritira dalla vita, chiuso nel suo immobilismo si rifiuta al divenire, per lui il tempo si è fermato, il futuro è morto.

La cura mira a strapparlo a tale condizione, a riattivare in lui il desiderio, a restituirlo al tempo storico e alla vita sociale.

All’ingresso delle comunità terapeutiche che dirigo ho fatto esporre fotocopia del Regolamento  della Real Marina  del Regno delle Due Sicilie datato 1841, in cui mi sono per caso imbattuto una trentina di anni fa sfogliando una antica pubblicazione.  All’articolo 27, vi si legge:

All’ordine FACITE AMMUINA tutti chilli che stanno a prora vann’a poppa e chilli che stann’a poppa vann’a prora; chilli che stann’a dritta vann’a sinistra e chilli che stann’ a  sinistra vann’a dritta; tutti chilli che stanno abbascio vann’ncoppa e chilli che stanno ‘ncoppa vann’abbascio, passanno tutti p’o stesso pertuso; chi nun tiene nient’a ffa, s’aremeni a’cca e a’lla”.

Sembrano disposizioni insensate, un agitarsi privo di scopo, un girotondo irrazionale, eppure, al di là delle intenzioni degli ideatori, probabilmente ottusi burocrati militari che volevano dare una falsa impressione di efficienza in occasione di visite di autorità, nascondono una profonda saggezza.

L’immobilità pensosa è propria del Dio che, nella sua perfezione, nulla desidera. Al contrario, l’uomo è creatura desiderante in quanto avverte la propria incompletezza  e insegue ciò che gli manca, agendo nella realtà. L’inattività accidiosa diventa allora una droga che provoca assuefazione e finisce per risucchiare nel suo limbo e mangiarsi la vita. Al suo potere seduttivo bisogna resistere, se necessario anche facendo AMMUINA.

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

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