Attualità

Freud mi spiega perché i ragazzi sono schiavi del telefonino

La connessione continua diventa una difesa dal senso di solitudine che non si è pronti ad affrontare

Chi è genitore o insegnante conosce bene la lotta quotidiana contro l’uso indiscriminato, continuo, ossessivo del cellulare da parte di bambini e ragazzi dai sei anni in su (talvolta anche da prima).

Non c’è genitore che in un impeto di rabbia non abbia desiderato distruggere l’odiato oggetto che, gli occhi dei giovani commensali fissi sullo schermo, rende ormai silenziosi i pasti in famiglia, isola i figli nelle loro stanze, talvolta li barrica nel bagno per sfuggire ai controlli; la sera costringe molti degli appartenenti a generazioni più anziane, ancora legati a quel vecchio arnese che è la televisione, a seguire le trasmissioni con le cuffie per non disturbare le conversazioni telefoniche.

Il cellulare, legato quasi da un cordone ombelicale, è una protesi di cui non si può più fare a meno: da alcuni già sfoggiato al polso, con il veloce progresso dell’innovazione tecnologica possiamo immaginarlo a breve incorporato al palmo della mano.

La dipendenza che induce non va tuttavia liquidata con un giudizio troppo frettoloso e inappellabile.

L’avversione che madri, padri, educatori nutrono potrebbe venire mitigata da alcune considerazioni che portano a rivalutare il ruolo del cellulare per coloro che affrontano quella fase avventurosa e tumultuosa della vita che è l’adolescenza.

Una stagione in cui per la prima volta affrontano il pensiero della morte, con le paure e anche l’attrazione che questa comporta. La connessione continua diventa allora una difesa dal senso di solitudine che non si è pronti ad affrontare.

Mi attraversa la mente un’ardita analogia.

Freud osserva il gioco del nipotino Ernst (18 mesi), il quale lancia lontano da sé, facendolo scomparire, un rocchetto che poi recupera con vocalizzi gioiosi grazie a un filo ad esso collegato, e lo interpreta, in una celebre pagina di Al di là del principio del piacere, come un rituale per esorcizzare la paura dell’assenza della madre. Nel gioco il bambino “metteva in scena” il suo  sparire e ricomparire. Il rocchetto perduto e ripreso lo rassicurava e lo aiutava a imparare che, anche quando era fuori dal suo campo visivo, la madre non era perduta per sempre, continuava a esistere in un altrove, e sarebbe tornata, richiamata dal filo invisibile che la legava a lui. 

È possibile che il cellulare svolga una funzione simile a quella del rocchetto, ovvero protegga il ragazzo dall’angoscia della solitudine, dalla paura di venire abbandonato dagli amici, ma contribuisca anche a svezzarlo, donandogli la certezza del filo nascosto che lo lega agli altri.

Quando si sentirà sicuro di continuare a occupare la mente e gli affetti altrui, allora sarà in grado di superare la sua dipendenza, di non essere più schiavo della connessione, ma di decidere liberamente se e quando attivarla o interromperla. 

C’è infatti una cosa che accomuna giovani e meno giovani: tutti desideriamo sentirci pensati.

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

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