Psiche

In tutti noi si nasconde un piccolo camaleonte

La chiamano ‘sindrome di Zelig’: ci spinge a copiare chi ammiriamo o amiamo, ma non bisogna esagerare

«Personalmente mi sembrava che i suoi stati d’animo non fossero poi così diversi dalla norma, forse quelli di una persona normale, ben equilibrata e inserita, solo portati all’eccesso estremo. Mi pareva che in fondo si potesse considerare il conformista per antonomasia».

Così si esprime Bruno Bettelheim, nel ruolo di sé stesso, a proposito di Zelig, nell’omonimo film di Woody Allen (1983).

La pellicola, che finge di rifarsi a una vicenda reale, in realtà frutto di invenzione, descrive un raro fenomeno di trasformismo psicosomatico grazie al quale il protagonista assume l’identità di personaggi diversi, rispondenti ai diversi contesti sociali nei quali si muove.

Di questo tipo di camaleontismo si è interessata anche la psichiatria, coniando l’espressione “sindrome di Zelig”.

Dopo l’uomo senza qualità, caro alla cultura del Novecento, ecco l’uomo senza identità: Zelig è solo immagine proiettata degli altri, specchio nel quale potersi riconoscere.

In quanti di noi si nasconde uno Zelig? In tutti, perché è di tutti il desiderio di essere accettati e questo spinge ad aderire all’interlocutore, a rifletterne l’immagine.

Tendiamo ad atteggiarci, a vestirci, ad acquisire linguaggio e postura delle persone che ammiriamo e dalle quali vorremmo essere apprezzati, e soprattutto delle persone che amiamo e dalle quali desideriamo essere amati. Tutte le volte che vogliamo compiacere qualcuno, tutte le volte che non riusciamo a dire di no è il nostro piccolo Zelig nascosto che parla.

A dosi omeopatiche la sindrome di Zelig si rivela addirittura un buon collante sociale, solo superata una certa percentuale si entra nella patologia.

Zelig potenziali sono i fan di qualsiasi genere che si vestono come i loro idoli, ne copiano la pettinatura, ne imitano la voce. Quanti Elvis Presley, quante Marylin Monroe…

Ma Zelig sono anche molti leader politici di successo, abili nel fiutare l’umore delle folle e camaleonticamente adeguarvisi: sono uno di voi, sono come mi volete, il vostro pensiero è il mio.

Nel mio mestiere mi è capitato di incontrare alcuni pazienti inclini a essere degli Zelig. Uno su tutti: scrupoloso funzionario di banca, ma anche preda di paure paranoiche contro le quali esigeva da me la “protezione”.

Incominciò sostituendo le sue sigarette con quelle della marca che fumavo io; passai ai sigari e lui mi seguì. Poi adottò il mio taglio di capelli, in seguito si fece crescere una barba simile alla mia… Ogni volta che lo vedevo mi ritrovavo davanti un pezzo di me. Alla fine mi aveva scippato anche il nome. Si presentava: piacere, Pxxxxi Savuto.

Quale terapia possibile? Un buon suggerimento potrebbe essere questo. In mancanza di un’identità propria, scegliersi un personaggio teatrale e ad esso ispirarsi, interpretandolo al meglio. Col tempo l’identità fittizia potrebbe venire assimilata e colmare il vuoto.

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

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