Psiche

Al primo piano dell’ospizio una bella sala da gioco con roulette

Tensione, brividi, rischio e, una volta al mese, un delitto: ecco la mia pazza ricetta per dare vitalità a una residenza per anziani

“Anni colorati”, “Casa della quiete”, “Casa della serenità”… Poi entri: sguardi spenti, come direbbe Montale, agglomerato di eremiti; ciascuno che si guarda la punta dei piedi oppure si annulla con lo sguardo perso nel televisore.
Chi di noi non ha mai visitato una Residenza per anziani, chi di noi non se ne è andato con la morte nel cuore e un senso di colpa cosmico? Certo: ci diciamo spesso che la popolazione invecchia sempre più ed è sempre più difficile avere risposte calibrate su nuovi bisogni, bisogni che spesso i soggetti anziani e le loro famiglie non riescono a soddisfare in modo competente ed efficace.
Bisogni dunque, la parola chiave è proprio questa: idratazione, prevenzione delle cadute, fluidità del sangue, dieta equilibrata, niente alcol, niente fumo…

Ricordo una celebre canzone di Jannacci (Quelli che…) in cui il buon Enzo si guardava dai salutisti perché normalmente vivono come malati per poter morire sani.
La nostra vita non ci domanda solamente la soddisfazione dei bisogni, ciò che ci tiene in piedi da sempre e per tutta la vita in realtà è proprio il contrario: l’instabilità, il traguardo non raggiunto, il desiderio non soddisfatto, sono questi i motori della nostra esistenza.
Dunque la funzione desiderante crea una tensione, per certi versi asintotica che ci spinge a fare, a non perdere tanto tempo, a muoverci.

Nell’ultima parte della nostra esistenza dunque dobbiamo trovare qualcosa che ci muova e ci motivi, che ci distragga dal ticchettio inesorabile del metronomo;

più che pensare al tempo perduto, alle tensioni e agli appetiti di un tempo dobbiamo ricreare in noi quella tensione desiderante, quella spinta vitale.

Questo perlopiù riesce fino a quando varchiamo le porte dell’istituto che spesso appaiono come una specie di varco temporale, uno Stargate che ci porta nel mondo degli spenti.
A mio modo di vedere l’errore fondamentale sta nel consegnare la supremazia di questi luoghi al pensiero medico, alla cura e all’assistenza. Certo le persone che abitano la struttura sono sicuramente portatrici di bisogni sanitari importanti che richiedono interventi professionali e qualificati, però… Però i bisogni sono spesso comuni a tutti gli ospiti e nel rispondere solo ai bisogni l’istituzione tende a normalizzare e spegnere. Normalizzare perché in fondo bisogni simili richiedono risposte e strategie simili. Spegnere perché nel rispondere o spesso nell’anticipare il bisogno viene soppressa la richiesta, la domanda, che è comunque sempre un’esigenza relazionale ancor prima che sanitaria.
Allora ecco che la struttura appare come un insieme di persone ben idratate, ben movimentate, ben vestite ma ormai svuotate della spinta vitale.
Nel rispondere ai bisogni di cura dunque l’istituzione ha ucciso il desiderio, lo ha rimosso o al più lo ha relegato nell’alveo dei comportamenti bizzarri e non degni di nota.

Il desiderio rappresenta l’inutile che però nutre e dà energia alla vita di ciascuno di noi; tutte le case hanno pavimenti, porte, finestre tavoli; ciò che rende una casa la mia casa è invece come questi elementi sono stati da me desiderati e scelti, luci colori odori ombre ammennicoli: vita.
Ricordo una discussione realmente accaduta in ambito sanitario circa la proibizione a una signora di 95 anni di avere un dolce per il suo compleanno in quanto a rischio di scompenso diabetico.
Nella sua assurda unicità questo esempio rappresenta in modo plastico il dibattito bizzarro ed estremo tra un pensiero sanitario totalizzante e una vitalità indomita e sempre in agguato che nel rischiare di ucciderci ci tiene vivi.

Io da mezzo matto quale sono invece immagino una casa in cui ogni tanto avvengono cose fuori dal comune.
Piano terra reception, poi stanze, bagni… piano superiore una casa da gioco: luci, roulette, black jack, tensione brividi rischio, vestirsi bene, conquistare…
Una volta al mese poi farei accadere un delitto: un furto, un tradimento… cercare, capire, investigare… brividi, paura, azione.
Sempre però stando attenti al diabete.

Filosofo, psicologo, psico-oncologo, criminologo, counselor e musicoterapeuta, con una lunga esperienza nell’ambito clinico, formativo e accademico. Svolge attività di docenza universitaria presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca e il Policlinico IRCCS San Matteo di Pavia, collaborando con la Facoltà di Medicina e Chirurgia. È inoltre visiting professor e docente in diversi contesti accademici e professionali. Dal 2005 opera come supervisore clinico presso il Dipartimento di Salute Mentale di Novara e collabora con numerose strutture sanitarie, tra cui il Policlinico San Matteo e la Fondazione Lighea Onlus, dove si occupa di supervisione, formazione e supporto agli operatori sanitari. Ha maturato una significativa esperienza nella formazione di gruppi, nel counseling e nella gestione delle dinamiche relazionali in ambito sanitario, educativo e organizzativo. È anche vicedirettore del giornale online “Fuoritestata”. Autore di numerose pubblicazioni in ambito psicologico, filosofico e clinico, si occupa in particolare di tematiche legate alla depressione, alla comunicazione, alla supervisione clinica e alla relazione d’aiuto. Vive e lavora a Milano.

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