Attualità

Allah non c’entra: è il fascino della morte che esalta i terroristi

I lupi solitari apprendisti killers non vogliono costruire nulla, non hanno utopie: sono animati solo da furia distruttrice

Nonostante le imponenti misure di sicurezza, il terrorismo è tornato a colpire nella notte di festa di Capodanno, questa volta ai confini dell’Europa.
I più noti studiosi del fenomeno jihadista si dividono tra chi parla di radicalizzazione dell’islam (Gilles Kepel) e chi, rovesciando tale punto di vista, sostiene si tratti invece di islamizzazione della radicalità (Olivier Roy).
Non so giudicare quale delle due tesi si avvicini maggiormente al vero, ma la seconda appare particolarmente suggestiva ai fini di un’analisi psicologica.
I lupi solitari apprendisti killers sono persone non sempre di condizioni economiche disagiate, ma emarginate socialmente e culturalmente deprivate. In alcuni casi si è anche parlato di un particolare richiamo che l’ISIS eserciterebbe su individui psicopatici. Di fronte a tanto orrore evocare la follia ha quasi un potere rassicurante. Serve a tracciare una linea di demarcazione tra noi e loro, che sono altro, qualcosa di alieno che non appartiene al nostro mondo civile.
Esistono alcuni casi limite nei quali è forse lecito parlare di pazzia, ma nella maggioranza non si tratta di pazzi. Certo, sono individui psicologicamente fragili, privi di solidi riferimenti culturali, di solito in un’età giovanile in cui si è più facilmente plagiati da cattivi maestri.

Per quanto ne sappiamo, nella loro prima vita, anteriore alla conversione al jihad, sembra non abbiano una vera formazione religiosa e pratichino abitudini occidentali, anche se pieni di rabbia verso la società che li emargina.

Nel loro curriculum troviamo o episodi di piccola criminalità o storie di ribellismo giovanile, simili a quelle di tanti coetanei occidentali: rivolta generazionale nei confronti dei valori familiari, vita dissipata, trasgressioni tra alcol e droga.
L’incontro con il jihad riempie un vuoto.
Venute meno le ideologie che hanno infiammato il Novecento, ridottasi l’influenza dell’insegnamento religioso in un mondo sempre più secolarizzato, a questi giovani sbandati, orfani di valori forti, l’ISIS lancia un’esca di parole d’ordine capaci di colpirne l’immaginario: Grande Califfato, martirio, gloria imperitura. Promette loro una potenza che ne riscatta l’emarginazione, facendoli diventare attori di un progetto mortifero ma, ai loro occhi, grandioso.
Purtroppo si tratta di una grandezza che esprime solo la pulsione di morte: questi aspiranti al martirio non vogliono costruire nulla, non li anima un’utopia, per quanto distorta, l’obiettivo diventa il gesto distruttore nel quale bruciare anche la propria vita.
E anche quando, come in Turchia, il lupo solitario si inventa un travestimento che possa garantirgli una via di fuga al termine dell’eccidio, potete starne certi : il martirio è solo rimandato.
Se così stanno le cose, la religione c’entra poco e altrettanto lo scontro di civiltà.
Siamo piuttosto di fronte a un nuovo nichilismo che rifiuta in blocco il passato – tradizione, evoluzione culturale, conquiste sociali – e si esalta nei riti di morte senza un chiaro progetto per il futuro, animato solo da furia distruttrice.

Psicologa e collaboratrice della Fondazione Lighea, attiva da oltre quarant’anni nel campo della salute mentale, della psicologia clinica e della riabilitazione psicosociale. Nata a Milano nel 1944, si laurea in Lettere all’Università degli Studi di Milano e si specializza successivamente in Psicologia, sviluppando un approccio che integra competenze cliniche e sensibilità umanistica. Il suo percorso professionale si colloca nel contesto della trasformazione della psichiatria italiana, con particolare attenzione ai servizi territoriali e ai percorsi di cura centrati sulla relazione. Dal 1984 collabora con la Fondazione Lighea, contribuendo al lavoro clinico e riabilitativo con pazienti psichiatrici, con un focus su continuità terapeutica, ascolto e inclusione sociale. Ha collaborato a programmi sperimentali sulla riabilitazione psicosociale, tra cui al Progetto promosso dalla Comunità Europea presso il Servizio Psichiatrico di Melegnano per il reinserimento sociale di pazienti lungodegenti. Ha partecipato al Progetto di Regione Lombardia per interventi di formazione e supporto psicologico a detenuti della Casa Circondariale di Opera. Dal 2016 è coordinatrice scientifica della rivista online Fuoritestata, dove si occupa di divulgazione psicologica, contribuendo a un lavoro culturale che favorisca l’inclusione di chi è affetto da disagio psichico nel contesto sociale. È autrice di articoli e contributi pubblicati su Fuoritestata e ha partecipato al volume “Almamatto” (Baldini e Castoldi, 2021). Il suo lavoro si distingue per l’attenzione alla dimensione relazionale della cura e alla integrazione di aspetti terapeutici e riabilitativi.

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