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Non stracciatevi più i jeans: ve lo chiede il fantasma di Pasolini

Lui si è battuto negli anni ’70 contro i capelli lunghi divenuti simbolo di conformismo. Oggi inorridirebbe per i buchi nei pantaloni

Al diluvio di articoli che hanno celebrato Pasolini a quarant’anni dalla morte vorrei aggiungere una goccia ancora fresca ai giorni nostri. Mi riferisco all’articolo di Pasolini che il «Corriere della Sera» mise in pagina il 7 gennaio 1973: era uno dei suoi provocatori “Scritti Corsari” dal titolo Contro i capelli lunghi.

Osservando senza simpatia i primi capelloni, quelli del 1966-67, lo scrittore vede nella lunghezza dei capelli un linguaggio «privo di lessico, di grammatica, di sintassi», affidato solo alla «presenza fisica», con il quale le giovani generazioni sfidavano il mondo borghese e la civiltà consumistica. Costretto a difenderli per spirito democratico dagli attacchi di benpensanti e fascisti, perché comunque il linguaggio dei capelli esprimeva “cose di sinistra”, Pasolini negli anni ’70, esaurito lo slancio sessantottino, si accorge che quei capelli sono diventati una moda omologante che include indistintamente individui di Sinistra e di Destra, figli della borghesia e figli del proletariato, i fortunati abitatori del mondo occidentale e i loro imitatori dei paesi più poveri, la divisa di «una modernità internazionale di privilegiati».

Concludendo l’articolo, Pasolini usa toni di estrema violenza, definendo «orribile», perché «servile e volgare», quel modo di acconciarsi, la cui libertà non gli pare più difendibile in quanto non è più libertà, ma ansia di «attenersi all’ordine degradante dell’orda».

Da allora molto tempo è passato, molte mode sono nate e sono morte. Nessun giovane modaiolo porta più i capelli lunghi. Ma forse Pasolini proverebbe oggi la stessa indignazione, esprimerebbe lo stesso furibondo rifiuto per la moda dei jeans stracciati, diventati una divisa giovanile, e non solo. Anche signore e signori non più giovanissimi esibiscono talvolta più timide sfilacciature, talaltra veri e propri squarci che lasciano scoperti lembi di pelle.

La parabola è sempre la stessa: un segno di rifiuto della tirannia consumistica della moda e di mimesi nei confronti di ribelli ed esclusi si è tramutato in un elemento di conformismo.

La Moda è una brutta bestia, pronta a metabolizzare ogni tendenza, capace di fagocitare anche ciò che le si oppone. In questo caso, poi, le è riuscito un capolavoro assoluto: far pagare l’usura, rendere prezioso lo straccio. E così ragazze finte cenerentole e ragazzi finti clochards, con strappi fatti ad arte, riempiono le nostre strade e quelle di gran parte del mondo.

Venuti meno gli originari motivi di protesta, ciò che rimane è un confuso, ambiguo messaggio di aggressività.

La cosa quasi più sorprendente è che i buchi e i rattoppi volutamente vistosi non sono frutto di fai da te, non sono prodotti con metodi casalinghi, hanno bisogno dell’intervento dello stilista famoso. E allora strappi alla Moschino, sfilacciature Dolce e Gabbana, toppe Cavalli: ci vuole il taglio d’autore.

Un tempo era il grande Lucio Fontana a “tagliare” la tela con tratto inconfondibile, carico di significati. Nella nostra società esteticamente involgarita ci accontentiamo del taglio della forbice sul tessuto jeans, a patto che la forbice sia firmata e pagata a caro prezzo.

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

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