Sono sicuro: c’è dietro un complotto ma non chiedetemi di dimostrarlo

Il complottismo contribuisce a combattere l’insicurezza identificando, senza l’onere della prova, un nemico su cui sfogare la propria frustrazione

Il delirio nasce quando muore il dubbio. Ma dubitare di tutto è davvero prova di una ragione lucida e capace? O è anche questo un delirio, la ricerca continua di una verità indubitabile?
Cercavo una risposta a questo interrogativo divinando le scie chimiche che solcano il cielo, irrorandolo di virus e batteri per farci ammalare e comprare più farmaci. O di vaccini, per farci diventare tutti autistici.

Bertrand Russell invitava a essere «voci fuori dal coro», a «non smettere mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta».
Ma se questa era un’esortazione a esercitare sempre il pensiero e la ragione, a interrogarsi e riflettere, oggi questa tendenza ha raggiunto livelli parossistici: si mette in discussione tutto, perfino concetti scientificamente provati e ormai alla base del sapere contemporaneo (sapevate dell’esistenza dei “terrapiattisti”? Persone convinte che la Terra sia piatta e che sono i fantomatici “poteri forti” a spacciarla per sferica, per chissà quale oscuro motivo). Il risultato è una distruttività totale, l’abbattimento di tutti i paletti della razionalità, e quindi la diffusione di diffidenza e sospetto in ogni ambito della vita: dalla scienza, alla cultura, alla politica, tutti coloro che hanno voce in capitolo vengono bollati come esponenti dei “poteri forti”, come voci “di regime”, che blandiscono la popolazione ignara con rassicuranti bugie, mentre la verità è là fuori, citando un noto telefilm, ma nessuno ce la dice.

Questo atteggiamento è comunemente noto come “complottismo”. Il “complottista” è colui che crede nelle cospirazioni; le cospirazioni, in verità, esistono, alcune sono entrate nei libri di storia (il complotto per uccidere Giulio Cesare, quello per eliminare Hitler, ecc.): il punto è che i “complottisti” sono fermamente convinti che tutta la realtà sia un unico, gigantesco complotto.
Ad esempio le scie chimiche di cui dicevamo all’inizio sarebbero usate dai governi per svariati motivi, che cambiano a seconda delle correnti e delle situazioni: per farci ammalare, per farci vaccinare, per modificare il clima a piacimento. L’anno scorso in Francia si verificarono violenti nubifragi; in concomitanza, la popolazione manifestava contro la riforma del lavoro. Alcuni miei conoscenti “complottisti” hanno subito fatto il collegamento: nubifragi causati ad hoc per impedire le manifestazioni di piazza. Ha la stessa matrice la teoria secondo cui pochi eletti ricchissimi e potentissimi tengono le redini del mondo, o quella delle case farmaceutiche (Big Pharma) che sarebbero in possesso delle cure per cancro e HIV, ma non le diffonderebbero per non perdere introiti: il dubbio è generalizzato, praticamente una forma mentis. Non importa se nessuna di queste teorie ha prove che la confermino; anzi, lungi dall’essere abbandonate, queste ipotesi aleatorie e avventate si alimentano sempre di più: secondo il sociologo Ted Goertzel (1994)

credere agli indizi di un complotto costituisce la base per un altro complotto: ogni nuova cospirazione ne origina un’altra, in una catena senza fine.

Se è vero che la tendenza a credere nel complotto può essere collegata a un disturbo di personalità di tipo paranoide, caratterizzato dall’esasperazione di alcuni tratti caratteriali come il pregiudizio, il sospetto e la diffidenza, tuttavia questa potrebbe essere una spiegazione riduttiva e sbrigativa rispetto alla vastità del fenomeno in questione.

Il complottista dubita fortemente di qualunque spiegazione ufficiale, proveniente dal governo o da organi accreditati, ma non oppone alcuna critica alle opinioni che coincidono con il suo punto di vista.Secondo gli studiosi del fenomeno il complottista tipo è persona dotata di pochi strumenti culturali ed educativi, quindi incapace di cogliere la continua evoluzione della nostra società, di orientarsi nel mare magnum dell’instabilità e della mutevolezza che caratterizzano la nostra epoca; la tendenza al complottismo è correlata, pare, ad anomia, a difficoltà di relazione e mancanza di fiducia negli altri e a insicurezza economica e lavorativa. L’anomia, a sua volta, è connessa a sentimenti di alienazione e sfiducia nel “sistema”; in epoche caratterizzate da insicurezza, spesso si sente il bisogno di avere un nemico su cui sfogare la propria rabbia e la propria frustrazione. Le teorie del complotto aiutano questo processo, perché forniscono un nemico tangibile da chiamare in causa per spiegare problemi che altrimenti sarebbero troppo astratti e risposte pronte a domande che rimarrebbero irrisolte. Il complotto, quindi, come la religione e la superstizione, cerca di dare una spiegazione a qualcosa che non si può comprendere appieno e di dare sicurezza in una società incerta.

Si può suggerire un rimedio? Forse basterebbe semplicemente convincersi che non tutto è spiegabile e quindi controllabile: alcune cose rimangono inconoscibili e forse, invece di investire tutte le nostre energie e risorse mentali per cercarne una spiegazione, faremmo meglio a distrarre lo sguardo dal cielo alla ricerca delle malefiche scie chimiche e posarlo sugli altri, su chi ci circonda, sulle nostre relazioni.

Giuseppina Velardo

Psicologa e Psicoterapeuta. Si occupa di terapia familiare, di coppia e del singolo individuo. Collabora con Fondazione Lighea Onlus.

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