Ma cosa succede quando pulire e ordinare tutto diventano una necessità impellente e non rispondono più ad una normale esigenza di comfort?
“Una scrivania ordinata è sintomo di una mente malata”, sosteneva Oscar Wilde; e in alcuni casi si può dire che avesse ragione da vendere.
Quando il bisogno di ordine e pulizia si trasforma in un’ossessione che non lascia scampo e che condiziona la propria giornata e il proprio stato emotivo, allora vuol dire che qualcosa non va.
Pulire il bagno di casa dopo che un ospite lo ha usato, lavare i vestiti con cui siamo stati sui mezzi pubblici subito dopo essere tornati a casa, costringere ospiti e amici a stare scalzi in casa nostra perché con le scarpe porterebbero i virus e i batteri e lo sporco della strada nel nostro nido, non andare a letto finchè tutto non è stato sistemato in maniera simmetrica e pulito come nemmeno una sala operatoria, sono solo degli esempi di quanto possa diventare invalidante una normale attività come la gestione di uno spazio (lavorativo o casalingo), quando da banale e apprezzata tendenza all’ordine assume i contorni di un disturbo ossessivo-compulsivo.
Si passa il limite quando la pulizia e l’ordine diventano dei rituali di controllo veri e propri, che portano a pulire sul pulito e a riordinare qualcosa che è già in ordine, in modo da tenere a bada un profondo vissuto di ansia:
se non si riordina e pulisce tutto, ci si sente male, a disagio, come se qualcosa fosse stato lasciato incompiuto.
Cerchiamo di pulire e ordinare fuori ciò che dentro percepiamo come caotico, confuso, insensato, ma questo ha un grande prezzo, perché l’esagerato controllo ci impedisce di disporre liberamente del nostro tempo e di lasciarci andare alle emozioni e al cambiamento e inoltre appaga solo in apparenza. Perché più si pulisce, più ci sarà qualcosa da pulire più a fondo, in un circolo vizioso che si autoalimenta e che, nell’illusione di farci avere tutto sotto controllo, in realtà ci fa perdere la padronanza della situazione. E anche della relazione che abbiamo con gli altri: a volte può essere una discussione con qualcuno a scatenare l’impresa di pulizie che è in noi e a farci sfogare su oggetti e superfici finchè l’attivazione (rabbia, confusione, tristezza…) provocata dal conflitto non si placa e tutto, dentro e fuori, torna (apparentemente) a splendere, come se niente fosse accaduto. Talvolta, specie nei casi di convivenza, vivere accanto ad una persona che, pulendo sempre e comunque, sembra voler cancellare le nostre tracce, può diventare davvero snervante, perché non saremo mai all’altezza dei suoi standard di pulizia e saremo sempre un po’ considerati come portatori di disordine e caos.
Sarebbe invece opportuno soffermarsi a riflettere sul fatto che entrare in contatto con l’altro vuol dire anche “sporcarsi le mani”, far entrare un po’ degli altri in noi e far sì che un po’ di noi rimanga in loro. Se accettiamo questo scambio, questo “contagio” arricchente, il fatto che i nostri amici abbiano usato il nostro lavandino per lavarsi le mani non sarà più una catastrofe. Potremo pensarci dopodomani.


