Attualità

L’Italia non è un paese per vecchi: ma è sicuro che non servano?

Occorre procedere quanto prima al recupero dei nonni, maltrattati fisicamente e psicologicamente dall’epidemia

L’Italia è un paese di vecchi. Per longevità siamo vice campioni del mondo, secondi soltanto al Giappone. Ma non è un   paese ‘per ‘ vecchi.  A parole tutti vogliono proteggerli: non c’è telegiornale che non ricordi agli italiani l’obbligo di tutelare le categorie più fragili. E già questa connotazione è significativa: tutti sottolineano che sono fragili, nessuno, se si esclude il vecchio Mattarella, li definisce preziosi. 

Nei fatti  questo dannato Covid, che sui vecchi infierisce, non ha fatto che confermare drammaticamente una tendenza all’emarginazione e alla disaffezione in atto da decenni. Non mi riferisco soltanto alla scandalosa gestione di tante residenze per anziani, trasformati per disattenzione, per incuria, per menefreghismo in vergognosi lazzaretti nella prima e nella seconda fase dell’epidemia.

No. Parlo dei vecchi sani, quelli sopravvissuti al contagio. Nonni e nonne che l’altro ieri, nella civiltà rurale erano considerati dispensatori di saggezza e di esperienza, e ieri nella rivoluzione industriale tenevano le redini delle aziende in cui scalpitavano figli e nipoti.

Già l’’avvento dell’era digitale li aveva messi fuori gioco perché per quante cose sapessero e potessero insegnare bastava un clic per saperne di più. Ora il virus ha dato il colpo di grazia  perché ha convinto tutti che c’è un solo modo per mostrare attenzione e affetto  a questi vecchi ormai  produttivamente  inutili: ignorarli. O quanto meno tenerli a distanza. Basta una telefonata, o nei rari casi di nonni tecnologici, una videochiamata. Una telefonata, come si dice, salva una vita. 

Ci vorrà molto di più, alla fine del distanziamento, per salvare una generazione, improvvisamente privata del suo ruolo millenario di guida morale e culturale, e ridare un senso alla sua sopravvivenza.   

Appare in realtà urgente e doverosa  l’esigenza di un recupero degli anziani psicologicamente e fisicamente  maltrattati in tempi di epidemia.   

I nonni sono pur sempre coloro ai quali è delegata la cura dei nipoti da parte di genitori troppo impegnati, che non riuscirebbero a mantenere gli impegni lavorativi senza il loro soccorso.

In un mondo in cui i legami coniugali sono sempre più labili e la famiglia tradizionale appare in profonda crisi, rappresentano un importante punto di ancoraggio per bambini e ragazzi disorientati, vittime di separazioni e divorzi.

Quando non siano colpiti da malattie invalidanti, non sono poi tanto fragili, o meglio, forse lo sono fisicamente, ma caratterialmente e psicologicamente appaiono affidabili, solidi, anzi rocciosi.

In una società dove tutto muta velocemente, in cui le nuove tecnologie hanno impresso un ritmo vertiginoso all’innovazione, si presentano come fattore di stabilità: il loro immobilismo, la resistenza al cambiamento, la loro resilienza, piuttosto che fattori negativi, diventano preziosi elementi che comunicano stabilità.

Non possono certo competere nell’uso delle tecnologie, in tale campo devono solo imparare dai nipoti ed è inutile pretesa cercare di tenerne il passo, le loro specificità sono altre.

In una realtà senza memoria, in cui si vive sempre più appiattiti sul presente e si sta perdendo la profondità del tempo storico, i nonni si presentano ( per quanto ancora?) come custodi della memoria del passato, una memoria che purtroppo va sbiadendo. Il pericolo di una sua estinzione è ben presente. Basti vedere l’allarme con cui viene vista la progressiva scomparsa dei testimoni delle tragedie del XX secolo. Che ne sarà di generazioni ignare di storia – ci si chiede – dopo la morte dell’ultimo testimone?

Per ora i nostri nonni ci salvano ancora dall’oblio e, come totem familiari, ci trasmettono senso di stabilità e di continuità, mentre reggono sulle loro spalle l’immenso peso del ricordo.

                           

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

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