Psicopatologia e professioni

Il successo dà alla testa dei manager che muovono soldi

Un’indagine condotta su un campione di businessmen ne traccia un profilo psicologico inquietante, caratterizzato da narcisismo e machiavellismo

Secoli addietro venivano compilati, ad uso dei confessori, manuali in cui i peccati erano rubricati in rapporto alle professioni. Esempio: banchieri – usura; politici – baratteria (ovvero corruzione e concussione); gerarchie ecclesiastiche – simonia; chierici (ovvero intellettuali) e insegnanti – pederastia… Anche Dante ci si è ispirato: la Divina Commedia ne presenta un repertorio completo.
Quale posto il Poeta riserverebbe oggi ai manager, specie a quelli che, nella nostra società globalizzata, operano nel settore economico e finanziario? Credo che li collocherebbe tra le anime più nere, certamente tra i fraudolenti, forse tra i traditori. Traditori dei propri connazionali e di tutti i cittadini del globo rovinati dalla loro sindrome di onnipotenza.

L’affermazione trova conferma in un recente libro scritto da due criminologi e uno psichiatra (Isabella Merzagora, Guido Travaini, Ambrogio Pennati, Colpevoli della crisi? Psicologia e psicopatologia del criminale dal colletto bianco, Franco Angeli).
Gli autori hanno condotto una ricerca su un campione di manager italiani e ne hanno confrontati i risultati con la vasta letteratura scientifica sull’argomento, giungendo a conclusioni inquietanti.
Tralasciando tutta la trattazione dedicata alla storia della criminalità economica, corredata da ricco apparato teorico e ampia documentazione di analoghi studi condotti in altri paesi, quelli che qui ci interessano sono gli aspetti psicologici messi in evidenza dagli autori, che si offrono alla nostra riflessione.

Immaginiamo i manager di successo caratterizzati da intraprendenza, decisionismo, ambizione, competitività, carisma, fiducia in se stessi. Tutte qualità che sembrerebbero positive e particolarmente adatte a questo tipo di professionisti, ma che spesso finiscono per degenerare, varcando la soglia di comportamenti discutibili.
Il limite tra fiducia in se stessi e arroganza è sottile, altrettanto il confine tra decisionismo e amore del rischio, l’ambizione può precipitare nell’egocentrismo, la competitività imporsi sulla collaborazione.
Tutti gli studiosi che a diverso titolo si sono occupati dell’argomento sembrerebbero concordi nel considerare i business men a rischio di egocentrismo, mancanza di empatia, narcisismo, assenza di rimorsi, coazione ad accumulare denaro, vissuti di onnipotenza. Li descrivono dotati di carisma, fascino, capacità comunicative, nella versione estroversa-seduttiva, ma anche emotivamente insicuri, sospettosi, di umore instabile, nella versione introversa-persecutoria.
Possono approdare a comportamenti delittuosi per freddo calcolo o, come giocatori patologici, per la necessità di sentirsi eccitati.

In pratica alcuni business men sarebbero psicopatici di successo, per descrivere i quali è stato introdotto il concetto di “Triade Oscura”, costituita da tre elementi: narcisismo, machiavellismo, psicopatia.

Nel narcisismo confluiscono elevato sentimento di sé, ossessione per il successo e il potere, necessità di ammirazione, fantasie di grandezza.
Il machiavellismo descrive la tendenza a manipolare gli altri per i propri scopi, cui si aggiungono indifferenza morale, ricorso all’inganno, cinismo.
Per quanto riguarda la psicopatia, la caratteristica principale consiste nell’assenza di empatia, da cui discendono arroganza, tendenza a infliggere umiliazioni e a incutere timore ai sottoposti, insensibilità nei confronti di chi viene danneggiato o rovinato (azienda, dipendenti, risparmiatori), incapacità di assumersi la colpa dei disastri commessi, delirio di onnipotenza.
Il peggio sono gli “psicopatici carismatici”: persone affascinanti, estroverse, seduttive, capaci di contagiare l’intero ambiente di lavoro.
Conseguenze? Spazio lavorativo tossico, disturbato e disturbante, alta conflittualità, ansia diffusa, servilismo, scelte eticamente discutibili, possibili derive delinquenziali.

Naturalmente gli elementi patologici non interessano la maggioranza della categoria, ma alcune note psicologiche, diversamente graduate, sembrano accomunare soggetti problematici e bravi dirigenti.
È ciò che emerge dalla ricerca che ha coinvolto 52 manager di area milanese, ai quali i nostri autori sono riusciti a somministrare lo Psycopathic Personality Inventory – Revised (PPI_R).
Il campione è certamente esiguo: ciò non è dipeso dalla scelta degli intervistatori, ma dalla “fuga” della maggioranza degli interpellati; gli esiti sono comunque in linea con studi numericamente più significativi condotti in altri paesi.
Risultato: 1 soggetto (una donna) ha rivelato tratti propri di una personalità decisamente psicopatica, 12 soggetti hanno mentito, vuoi per scelta vuoi per disinteresse, e i loro questionari sono stati invalidati (ma anche questo comportamento è significativo), tutti gli altri presentano alcuni parametri, diversamente distribuiti, con valori superiori alla media, in particolare per quanto riguarda le scale che misurano la tendenza alla manipolazione, a non ammettere le proprie responsabilità e a esternalizzare le colpe, la freddezza emotiva cioè l’assenza di empatia. È significativo che i punteggi più alti interessino manager collocati ai vertici aziendali.

Certamente il mondo degli affari non è tutto abitato da individui inaffidabili, tuttavia la presenza e la pericolosità di anche solo alcuni di loro rende giustifica il dubbio espresso dal titolo del libro e non ci rende tranquilli per il futuro.

Psicologa e collaboratrice della Fondazione Lighea, attiva da oltre quarant’anni nel campo della salute mentale, della psicologia clinica e della riabilitazione psicosociale. Nata a Milano nel 1944, si laurea in Lettere all’Università degli Studi di Milano e si specializza successivamente in Psicologia, sviluppando un approccio che integra competenze cliniche e sensibilità umanistica. Il suo percorso professionale si colloca nel contesto della trasformazione della psichiatria italiana, con particolare attenzione ai servizi territoriali e ai percorsi di cura centrati sulla relazione. Dal 1984 collabora con la Fondazione Lighea, contribuendo al lavoro clinico e riabilitativo con pazienti psichiatrici, con un focus su continuità terapeutica, ascolto e inclusione sociale. Ha collaborato a programmi sperimentali sulla riabilitazione psicosociale, tra cui al Progetto promosso dalla Comunità Europea presso il Servizio Psichiatrico di Melegnano per il reinserimento sociale di pazienti lungodegenti. Ha partecipato al Progetto di Regione Lombardia per interventi di formazione e supporto psicologico a detenuti della Casa Circondariale di Opera. Dal 2016 è coordinatrice scientifica della rivista online Fuoritestata, dove si occupa di divulgazione psicologica, contribuendo a un lavoro culturale che favorisca l’inclusione di chi è affetto da disagio psichico nel contesto sociale. È autrice di articoli e contributi pubblicati su Fuoritestata e ha partecipato al volume “Almamatto” (Baldini e Castoldi, 2021). Il suo lavoro si distingue per l’attenzione alla dimensione relazionale della cura e alla integrazione di aspetti terapeutici e riabilitativi.

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