Eros

L’animale che mi porto dentro può invecchiare serenamente

Non sono del tutto d’accordo con Francesco Piccolo che nel suo libro sottovaluta a mio avviso la potenzialità dell’erotismo maschile

La vita va allungandosi, andiamo sempre più verso una società di anziani. Mentre vengono accettate molte limitazioni dovute all’età, rimane difficile da digerire quella riguardante la diminuzione della potenza sessuale. Lo dimostra il ricorso sempre più frequente a pratiche e a farmaci ringiovanenti e il successo dei medici che li dispensano.

Invece di prendere atto di una trasformazione naturale e di assecondarla affinché si possa approdare a una “impotenza felice”, molti si ostinano a prolungare con ogni mezzo una stagione che li ha ormai abbandonati, come se il sesso fosse l’essenza della loro identità.

Di tutti gli organi, il pene è quello che riceve la maggiore attenzione ed è fonte delle maggiori preoccupazioni, a incominciare dalle misure, cruccio degli adolescenti (è lungo, è corto, quanti centimetri…), per arrivare alla durata, passando per consistenza e durezza.

A questo proposito ricordo, per consolazione di tutti gli ansiosi, che nella statuaria greca, che ci offre splendidi esempi di un’umanità ideale, i genitali maschili, si tratti di dei, eroi o atleti, sono sempre di dimensioni ridotte.

Della psicologia del maschio contemporaneo tratta l’ultimo libro di Francesco Piccolo, L’animale che mi porto dentro.

Esplorando il suo vissuto, l’autore descrive la cultura maschile del gruppo, o meglio del branco, nella quale è cresciuto, a somiglianza di molti altri ragazzi, caratterizzata dall’imperativo di nascondere sentimenti ed emozioni a favore di un sesso trattato con linguaggio crudo, dalla gara nelle conquiste femminili, in cui le ragazze sono trofei, sedotte “pel piacer di porle in lista”.

Anche dopo il superamento di tale cultura adolescenziale a prezzo di una dura lotta, lo scrittore confessa di avvertire uno sdoppiamento tra la vita di relazione che scorre in superficie e le fantasie sessuali che la accompagnano, come un basso continuo, a un livello più profondo, vedendo in questo persistere la manifestazione di quell’animale che si porta dentro e che deve tenere a bada.

Se è facile condividere l’analisi della cultura di gruppo giovanile, largamente espressa dal maschio italico, il discorso sulle fantasie mi lascia perplesso.

Le fantasie, comprese quelle sessuali, anche le più estreme, accompagnano come un fiume carsico il dispiegarsi della nostra esistenza razionale, che da esse riceve linfa vitale e talvolta elementi di creatività.

Anche quando esprimono un istinto predatorio animale, raramente compiono il salto dalla sfera dell’immaginario a quella della realtà. Quando ciò avviene entriamo infatti nel campo della patologia. Nella maggioranza delle persone la barriera frapposta da un sano Superio, risultato di educazione, coscienza etica, pensiero razionale e, sì, anche repressione sociale, non viene superata. Perché privarsi del piacere di giocare con loro?

La vita erotica è ben più complessa e ricca di quanto possa esprimere una sessualità che fa dell’erezione un feticcio, poiché il maschio cerca in essa conferma narcisistica della sua potenza. 

Non cogito, ma erigo ergo sum.

Ben si comprende allora l’ansia, la paura , l’angoscia che può produrre l’indebolirsi della potenza sessuale, rendendo di conseguenza incapaci di attrarre, annullati all’occhio dell’altro.

La nostra epoca, complice anche un Freud in parte frainteso, ha eccessivamente enfatizzato il ruolo del sesso, facendone il centro del rapporto amoroso, a scapito della sensualità e trascurando altri aspetti importanti della relazione: sentimento, tenerezza, affetto, sensibilità, comprensione, complicità.

Il declino della potenza sessuale non significa perdita del desiderio e della capacità di amare e di fantasticare, né impedisce di avere relazioni sentimentali.

La debolezza del maschio non è la fine dell’uomo.

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

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