Relazioni

Messaggini come proiettili: non uccidono ma ci distruggono

Viviamo frantumati in tanti piccoli contatti banali, che danno assuefazione. Tre semplici consigli per sopravvivere

I soliti proiettili non si usano più? Oggi sono più efficaci i cosiddetti messaggini: non mancano un colpo! Arrivano dritti dritti nella nostra vita, all’improvviso, senza chiedere permesso, senza pietà e con la pretesa di una risposta subito, altrimenti ne paghi le conseguenze. Quel microsuono lo sentiamo anche con la suoneria al minimo, è profondo, inconfondibile, un boato emotivo: bang! Colpito! E subito ci si sente deviati, partono le fantasie: «Ma chi è!?», «Mamma mia, speriamo non sia…», «Accidenti devo rispondere per forza!», «Caspita adesso non posso!», «Uffa che vuole questo?», e compulsivamente la mano affonda nella tasca e afferra il cellulare come una colt per rispondere al fuoco, nemico e amico.

E così viviamo frantumati in tanti piccoli contatti, frasette, gomitatine, spintarelle, versetti, faccine, monosillabe, ok, ahah, eheh, in arrivo da ogni parte, senza un nesso, un senso, un percorso, una differenza fra cosa conta e cosa no, condannati a stare tra briciole e a costruire niente, a restare sui titoli senza mai leggere gli articoli. Paradossalmente se il messaggio è lungo e articolato, tenta di comunicare, è frutto di riflessione, vorrebbe ottenere un contatto davvero, ecco borbottare «ma quanto ha scritto!», «E che è successo?», «Uffa e adesso che rispondo».

Impietoso sistema che forma alla cultura dello schizzo, del mi accontento dell’apparenza, del mi racconto che se tu mi cerchi io esisto o sono importante. Ma anche una cultura un po’ sadica quando, per esempio, il dito sfiora “invio” prima di aver finito o riletto e il messaggio parte con la parola sbagliata o va all’indirizzo sbagliato. Errore irreparabile, panico, colpa sconvolgono l’esistenza e si ha bisogno di mandare nuovi segnali per riceverne altri di rassicuranti, fatti anche di un “Ok!” che non vuol dire solo “Ok”, ma «Sì, ti ho visto e non ce l’ho con te». È la paura che appaia ciò che di inconfessabile si nasconde dietro l’apparire?

Non basta, i nuovi sistemi sono superperversi perché fanno sì che chi riceve sia controllato: se non lo apri, mi respingi.

Se lo hai letto e non mi rispondi sei arrogante e aggressivo, se lo leggi in ritardo, nascondi qualcosa. Che stress!

Il “Caro amico ti scrivo” di Lucio Dalla diventa commovente, rimanda alla poesia del comunicare che sta prima di tutto nel pensare all’altro, nell’entrare interiormente in contatto, nel soddisfarsi con il sentire il proprio dentro e l’andare verso… Fa pensare all’impegno che vale la pena, al dono che spera e non pretende risposte.

Se porte e finestre restano sempre spalancate e dal di fuori tutto passa senza filtro, si diventa facili prede e – appena possibile – predatori, oppure gabinetti di pensieri non pensati, che traboccano fuori da mondi interni inospitali, stitici, condannati alla solitudine della superficie. Da un lato si evidenzia un bisogno incontenibile di legame, di controllo primitivo, di maniglia, anche fittizia; dall’altro si assiste a un continuo buttar fuori, un incontenibile evacuare. E la rete in cui tutti si rifugiano rassicurati assume l’aspetto e la funzione di moderna rete fognaria.

Non mi permetto di snobbare il fenomeno che ci coinvolge tutti, ma per provare ad arginare tendenze patologiche, mi piace pensare che ciascuno possa calzare una sorta di corpetto antiproiettile, dandosi regole proprie. Io per ora me ne sono data tre:

  1. Separarsi dal cellulare per alcune ore al giorno: allena al piacere di stare soli, rientrare in sé, trovare pace, incontrare il senso di colpa (paura di escludere e di essere esclusi)
  2. Non sentirsi obbligati a rispondere subito ai messaggi: aiuta a rispettarsi, a sentirsi liberi, non indispensabili, a esprimersi solo dopo aver pensato e col piacere di farlo
  3. Pensare che in caso di notizie importanti l’interessato telefona, non messaggia: sviluppa il buon senso, aiuta a sdrammatizzare e dà fiducia a sé e all’altro

Psicologa e psicoterapeuta, autrice di programmi e testi di divulgazione psicologica, consulente per la comunicazione di note Istituzioni pubbliche e private.

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