Dopo breve agonia scomparve, alla fine del secolo scorso, un’intera categoria: quella dei medici di famiglia. Quei medici, per intenderci, buoni per il nipotino e per la nonna, sempre pronti, anche per una semplice influenza, alla visita a domicilio, che non durava mai meno di un’ora e che si doveva insistere per pagare.
Era una perdita grave e io, che dirigevo un grande settimanale famigliare, «Oggi», mi chiesi come si potesse in qualche modo mitigare una tale mancanza, individuando un medico che fosse disposto a diventare il medico di famiglia dei nostri milioni di lettori. Doveva essere un nome di grande prestigio, disposto a dibattere i grandi casi di scienza e coscienza, ma anche a calarsi nei piccoli malanni della nostra vita quotidiana, e parlarne con semplicità, evitando i paroloni dei luminari. Puntai sul più famoso, Umberto Veronesi, forte dell’amicizia con un suo collaboratore, il giornalista Luigi Bazzoli.
Fu lui a spianarmi la strada e il professore, stretto d’assedio, alla fine acconsentì. Nacque così una collaborazione che è durata fino ai giorni nostri, fino alla vigilia della scomparsa del professore. La sua era la pagina più letta del giornale e il motivo è presto detto:
con i lettori, come con i pazienti, Umberto Veronesi sapeva instaurare un rapporto di straordinaria complicità.
Lui era il loro alleato autorevole e affettuoso, sempre pronto a cogliere le implicazioni psicologiche di ogni malattia. Non a caso la sua fama di chirurgo è legata a un intervento di chirurgia conservativa nel trattamento del tumore al seno, che di regola consisteva, prima di lui, in una radicale mutilazione, fonte di drammatici stati depressivi. Era fiero di questa innovazione e della successiva scoperta del cosiddetto “linfonodo” sentinella.
Ma ai colleghi che ammiravano i suoi successi raccomandava di tenere sempre in primo piano, accanto all’efficacia dell’intervento terapeutico, la sensibilità del paziente, il suo orgoglio, la sua umanità.
Da malato ci ha lasciato con un’ultima grande lezione di dignità, rifiutando le cure ormai inutili.


