La tragedia di Crans Montana ha riempito in questi giorni notiziari e giornali e ha sollevato un’onda emozionale in tutti i paesi europei di appartenenza delle giovani vittime.
La commozione è sembrata veramente sincera e profonda, un autentico abbraccio empatico ha unito tanti di noi ai genitori dei ragazzi coinvolti.
Chi ha figli si è immedesimato, ha avvertito il brivido della paura, ha condiviso il lutto, si è sentito ardere di ira e indignazione di fronte alla superficialità, all’incuria, ai meschini interessi economici che hanno causato la perdita di tante giovani vite.
Gli antichi greci dicevano che muore giovane chi ai numi è caro, alludendo alla morte in battaglia dell’eroe, destinato al canto dei poeti. La morte di un figlio per una nobile causa poteva ancora essere accettata nei secoli scorsi, ma per noi, che viviamo in un’epoca meno incline all’eroismo, in qualsiasi modo avvenga, è una ferita che non si rimargina più, qualcosa di cui non ci si può consolare, la mutilazione del futuro.
Non esiste nella nostra lingua il termine che significhi la morte prematura di un figlio, forse perché si tratta di un evento tanto innaturale, tanto atroce, che nessuna parola è adatta a esprimerlo:
è il dolore più doloroso di tutti i dolori, la tragedia più tragica di tutte le tragedie.
Se la sofferenza non trova le parole per dirsi e farsi condivisione, il dolore scava nel profondo e il pensiero, quel pensiero, rode e consuma la vita.
Il rogo di Crans Montana non ha bruciato solo giovani vittime, insieme a loro ha ridotto in cenere anche l’avvenire di molti genitori.


