Zeno ha capito tutto: non si guarisce dalle malattie dell’anima

Renè Magritte. La Decalcomania, 1966
Svevo ci indica il corretto approccio psicanalitico: la terapia come percorso di consapevolezza e di accettazione delle proprie fragilità

«Dottore, guarirò?», «Ma quando guarirò?», «Quanto tempo mi ci vorrà?

«Ma cosa intende per “guarire”?»

«Non avere più i miei disagi e le mie paure, insomma essere normale»

«E la normalità che cosa è per lei?»

«Essere come gli altri che stanno bene»

Al di là della formulazione più o meno ingenua, di simile tenore sono spesso i dialoghi con i pazienti che si presentano al primo colloquio.

Il “dottore” vorrebbe dire loro subito che devono dimenticare termini come “guarigione” e “normalità” (che può tutt’al più essere un criterio statistico), ma si trattiene per non impaurirli: ci devono arrivare da soli e questo è anche lo scopo di una terapia ben riuscita.

Contro la pretesa scientifica di onnipotenza che non tollera l’impossibilità di guarire, una psicologia di tipo umanistico dovrebbe portarci ad acquisire consapevolezza dei nostri umani limiti e disporci a convivere con le nostre fragilità. Si può guarire da un’infezione virale o da un trauma fisico, ma le questioni esistenziali richiedono un approccio diverso: qui non si tratta di chimica ma di vissuti.

La letteratura arriva spesso a spiegarci per prima come stanno le cose. Così scrive Italo Svevo nelle ultime pagine del romanzo La coscienza di Zeno, in cui il protagonista si rivolge al dottor S., lo psicanalista che l’aveva avuto in cura: «Io sono sano, assolutamente. Da lungo tempo sapevo che la mia salute non poteva essere altro che la mia convinzione e ch’era una sciocchezza degna di un sognatore ipnagogico di volerla curare anziché persuadere. Io soffro bensì di certi dolori, ma mancano d’importanza nella mia grande salute. Posso mettere un impiastro qui o là, ma il resto ha da muoversi e battersi e mai indugiarsi nell’immobilità come gli incancreniti.

Dolore e amore, poi, la vita insomma, non può essere considerata quale una malattia perché duole…

Naturalmente io non sono un ingenuo. Capisco il dottore che vede nella vita stessa una manifestazione di malattia con un susseguirsi di crisi e lisi, di giornalieri miglioramenti e peggioramenti. A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale. Non sopporta cure. Sarebbe come voler turare i buchi che abbiamo nel corpo credendoli delle ferite. Moriremmo strangolati non appena curati».

Parole rivelatrici. Zeno Cosini aveva forse capito tutto?

Non si vuole certo sottovalutare la sofferenza dovuta a sintomi invalidanti o a manifestazioni psicotiche che richiedono l’intervento dello psichiatra e l’aiuto dei farmaci, ma con paure e fantasmi tutti noi, non solo i pazienti, dobbiamo convivere quotidianamente, perché i nostri problemi ce li portiamo dietro tutta la vita. L’importante è averne consapevolezza. Siamo funamboli in equilibrio precario su una corda tesa, un equilibrio che non esclude cadute e che ogni volta deve essere riconquistato.

Dimentichiamo il mito della guarigione e concentriamoci piuttosto sul “conosci te stesso”, nei confronti del quale la psicoterapia può esercitare la sua capacità maieutica e fornire gli anticorpi di uno sguardo nuovo con cui osservare il proprio disagio.

È il momento di riaffermare il valore di una psicologia di matrice umanistica che sostituisca a una utopica promessa di guarigione la certezza del “prendersi cura“.

Prendersi cura non vuol dire, per il terapeuta, abbandonarsi alla supponenza del salvatore, ma, consapevole dei propri limiti, capace di tollerare il senso di impotenza e di frustrazione di fronte ai fallimenti, mettersi in ascolto del paziente, senza la presunzione di sapere a priori ciò di cui ha bisogno, e stargli vicino nell’inchiesta che ne esplora l’interiorità. Ogni strada ha tappe diverse, ogni percorso è originale, ma l’obiettivo è comune: produrre il cambiamento. Per il paziente cambiamento significa acquisire uno sguardo diverso con il quale considerare i propri vissuti, le ansie, le paure, le debolezze, il disagio, e da questa nuova prospettiva sapersi accettare e, anche, perdonare, trovando un equilibrio più stabile nonostante le proprie fragilità.

Raffaella Crosta

Psicologa. Collaboratrice della fondazione Lighea. Dal 1980 si occupa di terapia e riabilitazione di pazienti psichiatrici.

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