Visti da vicino i cosiddetti “matti” sono tutti normali

“Visto da vicino nessuno è normale” è una frase che ha fatto fortuna.

Le parole di una canzone di Caetano Veloso sono state adottate dai seguaci di Franco Basaglia per sottolineare come sia labile la differenza tra i matti e i cosiddetti sani.

E oggi, a più di quaranta anni dalla legge 180?

Visito una delle comunità terapeutiche che la Fondazione Lighea gestisce a Milano. Salgo al terzo piano di un centralissimo condominio, abitato da famiglie e studi professionali. Trovo un ambiente a dimensione familiare occupato da 9 ospiti: qualcuno cucina, qualcuno legge, qualcuno usa il computer, Angelo è uscito sul balcone a fumare, Paola sgranocchia merendine  di nascosto. Una ragazza è in crisi e si è chiusa nella sua stanza. Gli altri mangiano insieme e intorno alla tavola si parla e si discute.

Passo per gli alloggi dove vivono, in coppia o in piccoli gruppi, i pazienti che hanno portato a termine il percorso di comunità, tutti ubicati in bei palazzi di zone residenziali: trovo locali ben arredati, persone che mi accolgono e mi offrono una calda ospitalità. Li guardo da vicino: Alberto è appena tornato da una nuotata in piscina e ha ancora i capelli bagnati; Clara ha cucinato il risotto con le zucchine e mi invita a pranzo; Gianni deve mangiare prima perché ha un impegno pomeridiano; Francesca è arrabbiata perché chi ha fatto la spesa si è dimenticato di comprarle lo shampoo…

Penso al cammino compiuto dall’inizio dell’avventura Lighea, trentacinque anni fa.

L’idea che ha ispirato l’intervento è stata quella di rendere visibili gli invisibili, portandoli ad abitare nel cuore della città, dove più intensa pulsa la vita sociale

Il malato mentale, oltre alla sofferenza dovuta alla sua patologia, è da sempre stato oggetto di discriminazione, isolamento, stigma sociale. L’intervento terapeutico richiedeva pertanto, oltre a cure farmacologiche e a sostegno psicologico, anche un processo di risocializzazione, che non poteva avvenire in luoghi magari ameni, ma appartati. Comunità terapeutiche in strutture isolate o nascoste da parchi assicuravano una esistenza certamente più dignitosa dell’istituto manicomiale, ma ne riproducevano la separatezza, la specificità di uno spazio riservato alla diversità.

I pazienti psichiatrici non sono alieni: hanno desideri, sentimenti, sogni, provano dolore, sofferenza, sentono il bisogno di amare e di essere amati, proprio come tutti noi che ci consideriamo persone non toccate dalla follia. Il loro male di vivere deve essere affrontato là dove si svolge la vita di tutti, luoghi di intensi scambi relazionali, dove si stabiliscono amicizie, si vivono emozioni, si offrono opportunità.

Questa “filosofia  della normalità” ha portato alla scelta di un percorso terapeutico che inserisse il disagio psichico in un contesto il più possibile comune a tutti i cittadini, con il supporto di personale specializzato, capace di contenere ansie e angosce. Certo, possono sempre verificarsi episodi di grave malessere che necessitano di ricovero ospedaliero, ma, una volta superata la crisi, il paziente viene riaccolto e può riappropriarsi della sua quotidianità.

La scommessa è stata la conquista della città, una scommessa che oggi possiamo dire essere stata vinta. Forse è venuto il momento di dire “visti da vicino tutti sono normali”.

Raffaella Crosta

Psicologa. Collaboratrice della fondazione Lighea. Dal 1980 si occupa di terapia e riabilitazione di pazienti psichiatrici.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *