Vacciniamo i bambini con piccole iniezioni di realtà

Come raccontare l’emergenza ai più piccoli? Ecco perché l’approccio giocoso, alla Benigni, non mi convince

Come ne usciranno i bambini? Molti genitori lamentano la scarsa attenzione dedicata in questo momento ai più piccoli, ed effettivamente quali sono e saranno le conseguenze dell’impatto di questo isolamento su di loro è questione ancora in divenire.  Nella mia esperienza, prevedere esattamente come reagiscono i bambini a un evento catastrofico è molto complesso, perché la loro mente in via di sviluppo è certamente più fragile, ma ha anche tante risorse che spesso sottovalutiamo, in continuo aggiornamento ed evoluzione.   

I bambini hanno interrotto una routine che può far saltare molti punti di riferimento, hanno scarse possibilità di movimento e quindi di sfogo, e possono risentire del rispecchiamento con genitori preoccupati, stanchi, quando non traumatizzati, malati o in lutto. 

Mia figlia ha due anni. Nei primi giorni di emergenza Covid19, noi genitori eravamo molto preoccupati, io ero molto in ansia e acquisivo costantemente informazioni tramite il telefono. Fino al momento in cui la mia bambina ha letteralmente allestito nella sua cameretta  una terapia intensiva per pupazzi:  ha ricavato letti da macchinine e oggetti vari, messi tutti a letto con pezzuolina sulla fronte, mi è venuta a chiamare e ha esclamato preoccupata: “Sono tutti malati!”.

Da notare che non abbiamo la televisione in casa, quindi non ha assolutamente osservato in maniera diretta  alcuna immagine. Tantomeno ha mai fatto esperienze ospedaliere.  Nonostante lavori coi bambini da 20 anni, non c’è giorno in cui non ci sia uno di loro che mi stupisca. Come se avesse letto nella mia mente coi suoi neuroni a specchio, la mia bambina ha rappresentato qualcosa che non abbiamo mai vissuto personalmente, né che può aver mai visto. Nessun manuale di neuroscienze avrebbe potuto darmi una lezione così forte. 

A questo punto

mi sono chiesta come gestire la verità.

Dalle varie chat delle mamme, apprendo che c’è una corrente di pensiero che sposa l’“approccio Benigni”: come nel film La vita è bella, diciamo che i grandi stanno facendo un gioco, che hanno chiuso i parchi per farci uno scherzo e portano la mascherina per nascondersi.  E mi è venuta in mente mia madre, che quando non volevo andare da qualche parte, a una gita o a una festa dove temevo non mi sarei divertita, mi invitava ad andarci lo stesso, non per divertirmi, ma per vedere se c’era comunque qualcosa che valesse la pena osservare, pur nella noia o nell’imbarazzo; un quadro, un paesaggio, un dettaglio che da casa non avrei visto, un’esperienza che nella mia zona di comfort non avrei fatto. 

Ho deciso: a mia figlia dovevo spiegare che la chiave per stare al sicuro non è negare la realtà, perseguire solo le cose che ci danno emozioni piacevoli, ma che dovevamo attrezzarci per questo viaggio. Le ho spiegato del virus, che fa ammalare le persone, che è come un mostriciattolo piccolo che si vede solo con occhiali speciali. Che i dottori hanno detto che dobbiamo stare in casa ad aspettare che guariscano tutti. Che zio William si è ammalato ed è in ospedale e che mamma alle volte è triste, ma anche che la tristezza poi passa, non è per sempre. E ogni tanto torno a spiegarglielo, le spiego come sta andando. Lei mi chiede se sono tranquilla o agitata, se sono felice. 

Ieri abbiamo iniziato a mettere le mascherine, lei ha accettato di buon grado di indossarla, per non far entrare il virus nel naso. Ha anche aggiunto che così non ci possono rubare la lingua. 

Caro Benigni, non sono d’accordo. La vita è bella è un bellissimo film, ma i bambini vanno vaccinati anche con piccole iniezioni di realtà: abbiamo una grande occasione per aiutarli a non evitare emozioni e sentimenti spiacevoli, ma ad esplorarli senza fuggire. Stiamo vivendo un trauma collettivo, e mentalmente sopravvive meglio chi ha le risorse per adattarsi e non farsi sopraffare dal dolore, dalla paura, dall’angoscia, emozioni democratiche proprio come il virus: siamo tutti esposti. Questa esperienza ci ricorda crudamente che nessuno di noi è invulnerabile e che le nostre abituali vie di fuga per la sopravvivenza psichica possono esserci negate: ce la fa chi riesce a riorganizzarsi e riprendere il controllo della propria vita, passando per una gestione del contatto con la realtà e con  le emozioni che ne derivano.

Diamo ai bambini gli strumenti per acquisire la realtà, certamente a piccole dosi: acquisiamo fiducia nella loro mente, nella loro capacità di comprendere, di rielaborare le informazioni e di metterle in connessione con le loro risorse, il gioco, la creatività, la fantasia, il contatto immediato con il loro mondo interno. Sono certa che ci stupiranno.

Elisa Accornero

Psicologa psicoterapeuta, si occupa di età evolutiva, genitorialità, trattamento dei traumi e psico oncologia.

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