Una telefonata non allunga la vita ma la rende più socievole

Chat e messaggini tanto di moda sono monologhi: solo il colloquio consente di entrare devvero in relazione col prossimo

Sono passati decenni da quando Mina cantava: “Se telefonando io potessi dirti addio, ti chiamerei”. Adesso le conversazioni (anche quelle di questo tipo) per la maggior parte sono affidate alle chat. Le uniche persone che ci chiamano sono gli operatori dei call center, che sembrano tutti dotati del superpotere di individuare proprio il momento meno adatto per telefonarci (a pranzo, a lavoro, in macchina, in doccia, mentre stai finalmente per concludere con il ragazzo/ragazza dei tuoi sogni) e i nostri genitori che, e forse hanno ragione, preferiscono sapere come stai ascoltando le sfumature della tua voce, invece che vederlo scritto per messaggio.

È una tendenza che ci sta investendo tutti: dai più giovani, per i quali la chat è il mezzo di comunicazione principale e forse unico dato che non hanno idea di come si utilizzi il telefono fisso con la ruota dei numeri, ai cosiddetti millenials, cresciuti con la pubblicità in cui “una telefonata ti allunga la vita”, fino ai 50-60enni.

Ci scambiamo messaggi per qualunque motivo, a qualunque ora e con stili differenti: c’è chi scrive papiri lunghissimi e chi poesie ermetiche fatte solo di enjambements e leggibili a singhiozzo.

Scriviamo così tanti messaggi che, addirittura, abbiamo ideato i messaggi vocali, veri e propri podcast personali della durata variabile da pochi secondi a interi minuti, che inchiodano il ricevente al monologo del mittente senza dargli possibilità di controbattere al momento e che sono stati celebrati, in tutto il loro sadismo, da una canzone con cui siamo stati letteralmente bombardati poche estati fa: “Ti mando un vocale di dieci minuti soltanto per dirti quanto sono felice”. Che più che una promessa, suona come una minaccia. 

È vero, i messaggi hanno indubbi vantaggi: sono più rapidi da comporre, puoi scriverli in qualunque momento e da qualunque luogo (tant’è che lo “Scusa, non sono riuscito/a a scriverti perché…” ormai è una scusa inverosimile, che non regge proprio più), nessuno può sapere se, mentre li stai componendo, sei annoiato, nervoso, triste, arrabbiato, felice, eccetera.

Ma forse è proprio questo il loro svantaggio, che invece non esiste con la telefonata.

Tutti i messaggi che inviamo in chat, sebbene siano inframmezzati da quelli con cui ribatte il nostro interlocutore, alla fine sono solo all’apparenza delle conversazioni: in realtà sono dei monologhi in cui ci siamo solo noi, l’altro no. Mentre noi scriviamo, o leggiamo il messaggio altrui, non vediamo l’altro, non lo incontriamo: l’altro non c’è, c’è solo il suo testo. Possiamo solo immaginare, da come scrive, il suo stato d’animo, lanciandoci in poderose elucubrazioni sul perché abbia scritto quella parola, cosa intendesse con quell’espressione, e andando in crisi per un punto (sì, il punto, il segno di interpunzione che, normalmente, si mette alla fine di una frase, come ci insegnano da tempo immemore alle elementari, pare che nei messaggi comunichi freddezza e distacco), magari proiettando sulla frase ricevuta tutte le nostre insicurezze del momento.

Il fatto è che la chat ci dà l’illusione di essere con qualcuno, di non essere soli, ma in realtà rende impossibile un incontro vero e proprio e forse è proprio questo che la rende, spesso, preferibile alla telefonata: perché si ha paura dell’incontro con l’altro, del confronto col prossimo, a costo di precluderci il bello che da questo può scaturire.

Una conversazione invece, lo dice la sua stessa etimologia, è trovarsi insieme (dal lat. con-versari): stare insieme, stare in una relazione. Conversare, anche al telefono, ci toglie dalla nostra bolla autoreferenziale e ci apre all’altro, al confronto; sicuramente è più difficile da un punto di vista relazionale, perché si è chiamati ad assumersi la responsabilità di ciò che si dice e di come lo si comunica. Ad esempio comunicare una notizia spiacevole può risultare più semplice tramite messaggio, una modalità distaccata che ci permette di non sentire e di non dover sostenere la costernazione dell’altro o, magari, affrontare la sua reazione, la sua ricerca di chiarimenti: si può interrompere il flusso di messaggi e riprenderlo in un momento per noi migliore, o non riprenderlo affatto, magari sparendo dalla circolazione, se siamo proprio delle brutte persone (il cosiddetto ghosting), cosa che con una telefonata sarebbe impossibile, o meglio, sarebbe possibile chiudendola, però risulterebbe un gesto molto forte.

Invece conversare con un amico lontano o con un familiare, confrontarsi con un collega, raccontare a voce come è andata la giornata o accogliere uno sfogo, comunicare una notizia bella o brutta, sono attività fondamentali per l’essere umano, che è “animale sociale”, quindi immerso in un fitto tessuto di relazioni che si arricchiscono con scambi vivi e autentici.

Quindi, la prossima volta che volete comunicare a qualcuno quanto siete felici, non mandate un vocale di dieci minuti, ma fate una telefonata. O ancora meglio, andatevi a prendere un caffè insieme.

Giuseppina Velardo

Psicologa e Psicoterapeuta. Si occupa di terapia familiare, di coppia e del singolo individuo. Collabora con Fondazione Lighea Onlus.

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