Siamo tutti mezzi psicologi: quelli interi non servono più

Sigmund Freud, il fondatore della psicoanalisi
Tutti dispensano consigli e terapie, e i terapeuti professionisti rischiano di sentirsi fuori tempo e fuori spazio

«Sa, io lavoro al bar e ne vedo di cose… Mia moglie poi ha una cartoleria, la sera torna a casa e mi racconta sconvolta gli incontri del giorno, tra una matita e una gomma raccontano la storia della loro vita… Tutte le sfighe del mondo si porta a casa…»

«Beh», rispondo io, «avete probabilmente un talento naturale…»

Poi penso… e ripenso.
Certo non capita tutti i giorni di trovare persone che confidano storie di prorata IVA, dettagli di circuitistica elettronica, algoritmi statistici: questa è roba complicata da lasciare agli addetti ai lavori, gente che ha studiato una vita per capirci qualcosa. D’altra parte non è semplice capire fiscalità, fisica, matematica… roba da cervelloni.

Per fortuna ci sono i problemi psicologici, roba leggera, da confidare al parrucchiere, da postare sui social, un mondo strano in cui sembra che qualsiasi cosa sia soggetta al parere di chi le vive, di che le ascolta, di chi si siede accanto sul tram.
In uno strano equivoco, esiziale e ironico allo stesso tempo, si mettono insieme interpretazione e arbitrio, vissuto soggettivo e conclusioni superficiali, filosofia teoretica e consigli della nonna.
Tutto ovviamente con uguale peso, spesso spostato verso il consiglio della nonna perché con maggiore appeal.

D’altra parte si sa, siamo un po’ tutti psicologi, perché chi non ha mai sofferto di male dell’anima, chi non si è mai innamorato di quella che non la dava a nessuno…

Peccato che condividere le sofferenze e diventare esperti nell’affrontarle sia una cosa piuttosto diversa.

Chi di noi non ha mai avuto mal di stomaco? Allora si è anche un po’ gastroenterologi, e così via, in una spirale in cui probabilmente sarà complesso trovare quel poveraccio che, non avendo competenza, riesca a chiederci un aiuto autentico e interessato.
Poi esiste anche un altro problema da affrontare sul piano deontologico: dal momento che normalmente la persona che si reca da noi ha già dissertato ampiamente del suo problema nella “comunità psicologica globale”, probabilmente rischiamo di passare per bacchettoni ormai ancorati a vecchie pratiche della primitività.

Il nostro cliente, dopo aver confidato a Facebook il suo stato mentale, cinguettato a Twitter la sua rabbia, raccontato le sue prodezze autoerotiche agli amici del gruppo Whatsapp del calcetto, a sentire noi che gli parliamo di spazio protetto, di riservatezza assoluta, di confini tra relazione professionale e professionale si sentirà insomma come il nipotino che parlando col nonno si deve sorbire il pistolotto sulla guerra, la fame, le stagioni…

E noi, che per sentirci appena appena psicologi abbiamo dovuto faticare, sempre lì a leccarci le ferite e a mettere insieme i danè per pagare l’analisi, la supervisione, il master, il convegno… Noi rischiamo di sentirci ancora una volta fuori tempo, fuori spazio, come quegli sfigati che al bar si portano Guerra e Pace per impressionare ancora una volta quella tipa, come quei missionari che si presentano in bici al raduno delle Harley Davidson e che, come direbbe il nostro Enzo, hanno perso la guerra per un pelo.

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Massimo Buratti

Direttore di comunità psichiatrica Lighea, psicologo, formatore, supervisore, filosofo,criminologo, docente Cofil - Università Ca' Foscari – Venezia

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