Tutti insieme in una stanza: chi sono quelli normali?

La mia prima esperienza in un laboratorio creativo alla presenza di psicoterapeuti e pazienti

Senza la ricerca di quello che ci unisce, al di là di ogni differenza, con le figure e le dissolvenze, con i fantasmi e le ombre, con il dolore e la sofferenza della malinconia e dell’angoscia, non si riesce ad aiutare chi sta male, e nemmeno si riesce a salvaguardare la nostra interiorità che tende a inaridirsi e a spegnersi. (E. Borgna)

Il primo incontro a cui ho partecipato in Lighea è stato un laboratorio creativo, tenuto da una psicologa nel Centro diurno. Ero un po’ perplessa: non mi era stato detto ancora molto, non ero “preparata”, non sapevo nulla di chi avrei trovato e cosa avrei dovuto fare. Per una iper-controllante come me un vero disastro.

Sono arrivata in anticipo, mi sono presentata alla psicologa pensando che almeno lei mi avrebbe spiegato quale sarebbe stato il mio ruolo, chi avrebbe partecipato alla mattinata e così via. Niente. Mi ha solo detto che tutti i presenti avrebbero preso parte attiva al lavoro, io inclusa. 

Alla spicciolata sono arrivati i partecipanti. Tra di loro, pazienti residenti nelle varie comunità Lighea, utenti del Centro diurno, tirocinanti in psicologia, educatori che accompagnavano altri pazienti. Ma io non sapevo chi fosse chi e la verità è che ho passato il tempo a chiedermelo: chi era sano e chi era malato in quella stanza? 

Eccola, la necessità di definire, di etichettare.

Quando non conosciamo, quando non sappiamo, cerchiamo sicurezze tra ciò che crediamo di sapere.

Un po’ come le diagnosi, in qualche modo: se diamo un nome a qualcosa, allora pensiamo di conoscerla e di controllarla. Anche se, in realtà, il rischio è che accada esattamente l’opposto: è il nome che ci controlla, perché quando il confine che delinea è troppo rigido e definito rischia di non cogliere le complessità, soprattutto quella dell’essere umano. Imparare a stare in quella flessibilità, in quella zona grigia, a volte, fa la differenza.

Nel laboratorio tutti partecipavano allo stesso modo, ognuno esprimendo il proprio mondo interiore. Dopo la prima ora mi sono resa conto dell’inutilità e del profondo e radicato pregiudizio che c’era dietro la mia apparente curiosità. Quello che stavo realmente cercando di fare era capire chi fosse “normale” in quella stanza. Chi fosse come me. Ebbene, oltre a poter dire di aver sbagliato valutazione in oltre la metà dei casi, la mattinata ha iniziato ad avere un senso solo quando la mia ansia si è placata e mi ha permesso di lasciare da parte stereotipi e pregiudizi. Solo allora ho potuto esprimere anche il mio, di mondo interiore, uguale e differente. E vedere quello che agli altri, a tutti gli altri, mi univa, al di là di ogni differenza.

Chiara Di Cristofaro

Giornalista economico - finanziaria, insieme alla comprensione dei numeri imprescindibile quella delle mente umana. Per la seconda laurea (e la seconda vita) punta sulla psicologia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *