Tutti cerchiamo di guadagnare tempo: ma se imparassimo a perderne…

Nel lavoro e nel tempo libero ci riempiamo di attività: dovremmo fermarci a fantasticare, trascorrere ore vuote esercitando la riflessione su noi stessi

«Io lavoro tanto per non pensare».
Pensare è doloroso.
Lo spettacolo dell’agitarsi frenetico che mi circonda mi spinge a queste conclusioni.

Mi sia consentito un ricordo personale che ritengo emblematico. Quando arrivai a Milano per iniziare a lavorare, nel lontano 1970, venivo da una Sicilia sonnolenta e da una vita da studente spesa in gran parte a fantasticare. Sulla scala mobile vedevo tutti, intorno a me, salire gli scalini a due a due. Solo io mi lasciavo trasportare. Osservando quel movimento, incominciai a pensare che fosse successo qualcosa di grave e anch’io mi misi a correre. Ero salito sulla giostra.
Questa accoglienza molto milanese è stato il mio primo impatto con la città.
Un tempo esterno frenetico ci ha contagiati tutti.

Il progresso tecnologico fornisce continuamente nuovi strumenti per alleviare la fatica e liberare tempo dal lavoro. Ma liberarlo per cosa?

Per riempirlo immediatamente di attività che ne lottizzano ogni spazio, ogni fessura: dalle più nobili, come il volontariato che coniuga impegno generoso verso il prossimo e appagante senso di pienezza, a quelle di arricchimento culturale, fino alle più edonistiche e frivole, tutte comunque funzionali ad esorcizzare l’horror vacui.
La bulimia delle occupazioni rivela che ciò che veramente ci fa paura è il tempo vuoto, il tempo della noia contemplativa e creativa che non sappiamo più gestire, mentre il pieno compatto che non lascia spazio alla riflessione nega alle svariate attività di tradursi in esperienza.
Questa frenesia coinvolge anche ragazzi e bambini. A giocare nei cortili sono rimasti in pochi. I genitori fanno a gara per iscrivere i figli a palestre prestigiose o a costosi corsi di varia natura, mentre madri e nonni sono perennemente impegnati, in funzione di accompagnatori, a correre dalla piscina al campo di calcio, dalla lezione di judo a quella di danza. Il tempo che resta è poi completamente coperto dall’utilizzo compulsivo di smartphone e cellulare.
I genitori amorosi di cui sopra sono pronti a sacrifici per accontentare i figli assecondandone i desideri, tranne che a regalare loro il diritto alla noia, grande nutrimento della fantasia.
Forse è il momento di ricordare le parole di Rousseau, per il quale la più grande, la più importante, la più utile regola di tutta l’educazione è «non di guadagnare tempo, ma di perderne».
Sì, perdere tempo concedendosi di fantasticare, di trascorrere ore vuote esercitando la riflessione su di sé, sui propri desideri e i propri progetti.
Forse allora tanti uomini e donne non avranno più bisogno di venire da me per trovare uno spazio e un tempo in cui pensare.

Giampietro Savuto

Psicologo e psicoterapeuta. Fondatore e responsabile scientifico di Fondazione Lighea Onlus.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *