Tra eroismo e paura com’è dura la vita dello psicologo

In questi momenti di emergenza gli è demandata una grande sfida: e il dopovirus sarà ancora più problematico

L’epidemia da coronavirus ha avvolto le vite di tutti noi in una coltre fitta di paura e incertezza, accomunando persone diverse in un vissuto condiviso di inquietudine. Gli psicologi non fanno eccezione e benché in molti si siano riorganizzati, trasferendo le sedute con i pazienti dallo studio al PC di casa, non possono fare a meno di assistere con lo stesso sgomento al continuo flusso di notizie. Per chi lavora in contesti ospedalieri e nelle residenze per anziani la situazione è ancora più dura, perché non potendo avvalersi di smart working, recarsi al lavoro significa giocare ogni giorno alla roulette russa del contagio.

Nonostante le difficoltà, molti psicologi si sono immediatamente attivati fornendo prontuari anti-panico, tutorial per gestire lo stress e aderendo a forme di intervento sotto il marchio di accattivanti hashtag: #lopsicologotiaiuta, #lopsicologotiascolta. La cittadinanza chiede, lo psicologo risponde.

Ma lo psicologo, in questo momento di emergenza comune, si aiuta? Si ascolta lui per primo? Se andasse a indagare più a fondo dietro quest’impulso a correre in soccorso dell’altro, quanto si scoprirebbe mosso solo dalla smania di fornire risposte a tutti i costi per combattere la propria di frustrazione? O catturato invece dall’affanno di rendersi in qualche modo utile, se non addirittura attratto dal desiderio di sentirsi anche lui un po’ protagonista in prima linea al fianco dei sanitari?

Ecco appunto: “prima linea”, “trincea”, “battaglia”, “eroi”, le cronache sul virus abbondano di retorica militare. La metafora bellica utilizzata per descrivere ciò che stiamo vivendo è però insidiosa, perché dietro gli eroi raccontati dai media ci sono spesso solo persone che sentono di non avere altra scelta, e anche chi non si sente all’altezza del compito non si fa da parte, temendo di essere marchiato come vigliacco o disertore, proprio come in guerra. Lo psicologo coinvolto in quest’emergenza può così facilmente sentirsi fuori posto, con poche risorse valide ad affrontare una missione inedita, ma portato comunque ad agire sulla spinta dell’emozione e della pressione sociale a fare, intervenire.

È come se all’indomani di un terremoto, invece di inviare un team di psicologi dell’emergenza sul luogo del disastro, chiedessimo agli stessi psicologi terremotati di attivarsi per essere di supporto ai propri concittadini, come se il solo fatto di essere psicologi li rendesse immuni dalle conseguenze della paura.

Agli psicologi è demandata una grande sfida, che non comporta però necessariamente una chiamata alle armi, ma può richiedere l’umiltà di un passo indietro, uno spazio di riflessione in cui fermarsi, senza vergogna nell’ammettere di sentirsi impauriti e inadeguati.

Anche perché il vero terreno di confronto si aprirà nel “dopo”. Quel “dopo” che tutti ci auguriamo arrivi il più presto possibile e che vedrà moltissimi operatori sanitari annientati da disturbi post-traumatici da stress, simili a quelli già osservati nei soldati rientrati dagli scenari di guerra. Ci saranno poi tutti i reduci di profondi conflitti familiari che gli isolamenti casalinghi avranno contribuito a far esplodere, insieme a una lunga lista di persone che l’ansia avrà reso fragili e piene di timori per il futuro.

Nel “dopo” ci sarà un enorme bisogno di psicologia, che potrebbe però non tramutarsi in una vera domanda. Il desiderio di ritornare in fretta alla vita di prima e quella stessa impazienza di lasciarsi tutto alle spalle che ha portato per settimane a colorare compulsivamente arcobaleni e striscioni di “andrà-tutto-bene”, potrebbero far dirottare questa richiesta di aiuto verso strade più facili e leggere: sostanze eccitanti, sport, vita di relazione. In un periodo in cui il corpo è stato a lungo confinato e penalizzato, e la mente non ha fatto altro che viaggiare instancabile dietro pensieri angosciosi, in quanti avranno davvero voglia di riaffondare consapevolmente in quella marea di angoscia? E chi sarà tentato di farlo, ne avrà ancora la possibilità economica? Il sistema sanitario deciderà in modo lungimirante di investire sulla psicologia o ne devierà invece i fondi su altre discipline percepite come più importanti?

Quesiti che imporranno all’intera categoria professionale l’obbligo di ripensare il proprio ruolo, la propria posizione con i pazienti, il proprio modo di operare per riuscire a cogliere le nuove esigenze che emergeranno. Verrà il momento dell’ascolto dell’altro, forse anche quello delle risposte, ma anche per noi ora è il momento di provare a stare in quest’incertezza, di fare i conti con quel senso d’impotenza che vorremmo tanto scacciare, e che ci rende per una volta tutti smarriti, tutti uguali, tutti umani. 

Luisa Piroddi

Psicologa. Lavora con le storie: lette, ascoltate, raccontate, vere o sognate non importa, ma sempre comunque terapeutiche.

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