Telefoni accesi e desideri spenti: relazioni difficili ai tempi delle app

Come l’iper-controllo tecnologico influenza negativamente le relazioni con gli altri ed elimina il nostro libero arbitrio

In principio fu il telecomando. Figlia degli anni ’80, ricordo che i miei primi passi furono funzionali ad andare,  su richiesta di mio padre, ad accendere e spegnere la tv, nuova regina indiscussa del salotto di casa. Per cambiare canale o regolare il volume bisognava alzarsi dalla tavola, o dal divano, e fare avanti e indietro, andando a pigiare i tasti direttamente sotto lo schermo. Se da piccolissima accettavo di buon grado di farlo, con gli anni divenne un’incombenza che creava malcontento. 

“Non ne ho voglia!” “Lo fai lo stesso”. Mi alzavo, sbuffavo, cambiavo canale, tornavo a sedermi, sbuffavo. “Adesso alza un po’ che non si sente niente. E non sbuffare”. Mi alzavo, sbuffavo, alzavo il volume, tornavo.  “Sbuffo quando voglio.” … e via così, Tg dopo Tg, sera dopo sera. 

Fino al momento in cui arrivò LUI: il telecomando. Uno strumento magico che con un click annullava le distanze, e gli sbuffi, e il malcontento di doversi alzare, e le gerarchie per cui sono sempre i piccoli di casa a doverlo fare, senza neppure poter sbuffare. 

Un’era glaciale e 10 generazioni di smartphone dopo, sono adulta e faccio la psicoterapeuta, e ogni giorno incontro molti ragazzini sbuffanti. Nonostante una vita cordless e wireless, sbuffano. E mi parlano di relazioni, amicizie e amori. Pare che sia molto in voga, tra adolescenti, installarsi una app per poter visualizzare in tempo reale dove si trova l’altro: è un sistema usato dai genitori per controllare i figli, che alcuni ragazzi e ragazze hanno deciso di utilizzare anche tra loro per eliminare la possibilità che vengano raccontate menzogne. Del tipo, l’amica che scrive “Sono a casa sul divano”, e invece è uscita con un’altra amica. Tra fidanzati poi è uso comune scambiarsi i dati di accesso al proprio instagram: “Io sul mio telefono posso accedere al mio e anche al suo profilo, così vedo direttamente chi gli mette i like, chi gli scrive in chat. Così non mi può raccontare balle.”

Tecnologia, balsamo contro ogni frustrazione. Elimina le discussioni alla base, eliminando il libero arbitrio. La fiducia, la trasparenza, la lealtà abdicano dinanzi al controllo.

Ma, ancora peggio, vengono meno la libertà, la facoltà di mentire come spazio in cui si preserva una possibilità di manovra personale, il dire la verità come scelta etica, non obbligata. Tutto ciò in funzione di un controllo che annulla le distanze interpersonali, ma rassicura e protegge dall’angoscia di separazione. E il desiderio? È compatibile il desiderio senza brama? Le farfalle nello stomaco sopravvivono senza l’ossigeno della distanza, dell’attesa, dell’incertezza?

Desiderio deriva dal latino de-sidera, mancanza (de) di stelle (sidera). Nel senso di “avvertire la mancanza delle stelle”, e perciò “appetire qualcosa che manca” . Secondo la Treccani,  “il desiderio allude più alla distanza tra il soggetto e l’oggetto di desiderio, e al moto dell’animo che li lega, che alla natura dell’oggetto stesso.”

Si può desiderare se tra noi e le stelle abbiamo installato una scala mobile? 

Il legame di attaccamento del bambino con la mamma, matrice di tutte le relazioni future, origina dal bisogno istintuale del cucciolo di vicinanza protettiva di un adulto: le strategie apprese per ottenere e mantenere questa vicinanza costituiscono la base neurobiologica della fiducia in noi stessi e negli altri. È nello spazio che cerchiamo di colmare tra noi e gli altri, tra noi e ciò che desideriamo, che stanno le emozioni, i vissuti, i sentimenti della nostra vita: annullare quelle distanze col controllo rischia, a mio avviso, di creare una pericolosa anestesia. 

Ritengo fondamentale che almeno chi ha vissuto senza telecomando sostenga e promuova l’accettazione dell’incertezza, della frustrazione, di quel tanto di ansia che ci dice che non possediamo le altre persone, non possediamo gli amici, le fidanzate, non possediamo nemmeno i nostri figli. Per arrivare a questo, occorre ri-apprendere a gestire i conflitti, a sentire nella pancia le emozioni spiacevoli, la rabbia, la noia, la delusione,  rieducarci a sostenere il tono di voce, la mimica e lo spazio dell’altro, inevitabilmente diverso e non sovrapponibile al nostro, talvolta imperfetto e frustrante, ma reale. 

Elisa Accornero

Psicologa psicoterapeuta, si occupa di età evolutiva, genitorialità, trattamento dei traumi e psico oncologia.

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