Tanto dolce e premuroso che alla fine diventi asfissiante

Preoccuparsi troppo dell’altro e anticiparne le esigenze nasconde spesso lo scopo di tenere sotto controllo l’oggetto d’amore

“Copriti che fa freddo… svestiti che fa caldo…”

Comincia cosi, in modo del tutto innocente, senza che neanche ce ne accorgiamo… Il soggettivo che diventa oggettivo ovvero io ho freddo e dunque anche tu non puoi che avere freddo, proprio come me. 

Sei mio figlio, mia moglie, mio marito… conosco tutto di te dunque è impensabile che io non sappia cosa provi, cosa ti piace, di cosa hai bisogno.

È un certo tratto distintivo del prendersi cura dell’altro immaginando di poter interpretarne i bisogni, di anticiparli, di evitare all’oggetto d’amore la frustrazione, la fatica. 

Sempre più spesso mi trovo ad avere a che fare con situazioni di conflitto innescate proprio da questo strano e per certi versi perverso modo di prendersi cura. 

Genitori (non me ne vogliano ma spesso sono madri) che intervengono in modalità preventiva rispetto alla difficoltà, al bisogno e che non riescono a farsi una ragione di come la reazione dell’altro non sia di gratitudine ma spesso di rabbia cieca e inconsolabile. 

“Ma come, con tutto quello che faccio per te…”

Questo il refrain che immancabilmente colora di aggressività passiva, di ricatto affettivo, di rammarico, la relazione con l’oggetto d’amore. 

Dovremmo chiederci come mai si tende a cadere in questo tranello, non si riesce a essere meno buoni e disponibili, meno premurosi, meno presenti; in altre parole dovremmo cercare di capire quale è il tornaconto di tanta preoccupazione, di tanta solerzia nell’immaginare i bisogni e nell’anticipare. 

Preoccupazione è parola significativa: sembra suggerirci di dover arrivare prima e occupare il posto. Dunque il  preoccupato tende a espropriare l’oggetto della sua preoccupazione della sua consistenza; nel combattere la battaglia al posto di, tende a eliminare la differenza tra sé e l’altro. 

L’anticipazione, sia nella forma della preoccupazione sia in quella dell’oblatività e della realizzazione del desiderio, ha dunque in modo surrettizio lo scopo di controllare l’oggetto d’amore, di assoggettarlo al proprio desiderio di vederlo protetto o felice come piace a noi e non come potrebbe volere esso stesso. 

Così facendo, l’oggetto d’amore finisce dunque col sentire di non avere più voce in capitolo, di dover abdicare alla propria discrezionalità del desiderare o del sentire e di cedere alla volontà di chi con una cieca dolcezza decide di volerlo fare felice a prescindere. 

Il pensiero anticipante ci chiede di stabilire a priori quale sia una vita sana, felice, degna di essere vissuta e poi di portare la buona novella a quei poveri sfortunati che non hanno la fortuna di essere in linea con questi principi, cercando in tutti i modi di condividere il nostro passaporto per il paradiso. 

In realtà, eliminando o mal tollerando la necessità di ascoltare l’altro, finiamo con il preferire relazioni passive in cui l’altro debba esserci riconoscente a vita per tutto quello che si fa per lui. Perciò scegliamo spesso relazioni a senso unico (quelle con gli animali ad esempio). 

Relazionarsi con persone che hanno una vita autonoma è una gran fatica. Invece sta proprio lì la sfida più appassionante: nel confrontarsi con personalità imprevedibili e multiformi, nel cogliere le pieghe e le stranezze dei desideri e della ricerca di senso. È lì che possiamo trovare forse una chiave di accesso al mondo della vita dell’altro e in fin dei conti anche di noi stessi.

Massimo Buratti

Direttore di comunità psichiatrica Lighea, psicologo, formatore, supervisore, filosofo,criminologo, docente Cofil - Università Ca' Foscari – Venezia

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