Storia di Vincenzino, quella malattia lì mi fa cadere

di Bruno Ambrosi

Voce maschile: «Adesso dicono che mi iscrivono al collocamento. Speriamo. Perché sono stufo di stare allo spaccio a sistemare la roba sugli scaffali e a scrivere i prezzi. Si dovranno accorgere che sono bravo come gli altri, forse più bravo. La dottoressa lo sa. Sono più di due anni che chiacchieriamo. Lei è molto curiosa, e vuole sapere tutto. Dice che bevo. Ma come fai a non bere quando tutti ti offrono il “bianchino” e a casa c’è sempre il bottiglione pronto, se non se lo è già scolato mio padre, con quella storia che gli hanno tagliato una gamba e quella mamma che si lamenta sempre, dico sempre, perché non le va mai bene niente…»

Voce femminile: «Vincenzino non fare come tuo padre… guarda come sono andata a finire io… In questa casa non ci si può più vivere: tu che sei sempre in giro, i soldi che non bastano, tuo padre sempre lì seduto a bere. Sono stufa di questa vita!»

Voce maschile: «Lei ce n’ha sempre una. Non è come la nonna. Quella si che mi voleva bene… Mi ricordo quell’estate a Brinzio che andavamo sempre a fare le passeggiate e mi compravano il gelato. Da piccolo si che stavo bene. Con i nonni la vita era diversa. Ma da quando è morta la nonna mi è toccato ritornare a casa. È stato proprio quando mi hanno mandato la cartolina per il militare. Ma io il militare non l’ho fatto per quella malattia lì, il male cattivo che mi fa cadere per terra e che ancora adesso mi fa prendere tutte quelle pastiglie. Dicono che non ci devo bere sopra il vino. Sono tutte storie. Tanto l’attacco mi viene quando vuole lui, che beva o che non beva, e non capisco più niente: mi sento andare e basta. Una volta ho battuto la testa e per poco non ci rimettevo un occhio… mi hanno tirato su che l’occhio era mezzo fuori. Una volta un mio amico che era andato a una riunione di ammalati (ha anche lui la mia malattia) mi ha detto che S. Valentino è il protettore degli epilettici. A me non mi ha mai protetto. Meno male che la mia ragazza non se n’è mai accorta. La mamma non vuole che ci vada con quella lì. Trova sempre da ridire…»

Voce femminile: «Vincenzino, quella lì è una drogata. Ti farà finir male»

Voce maschile: «Invece non è drogata, drogata è la sua amica che si fa a tutte le sere e che viaggia con quegli altri che ogni tanto mi aspettano nel sottopassaggio e mi picchiano. Io con la mia ragazza mi vorrei sposare così ci mettiamo insieme e non stiamo più lì a sentire tutte quelle balle della mamma e di mio padre con la gamba tagliata a 16 anni e la storia che dobbiamo pagare tutti quei debiti.
Delle volte mi fanno perdere proprio la pazienza, perché io sono nervoso. Molto nervoso. Anche perché i vicini sono maligni e parlano, parlano sempre, di me, di noi. Hanno detto che ho picchiato mio padre sulla gamba tagliata e gli ho fatto venire una cancrena. Un’altra volta hanno chiamato i carabinieri perché litigavamo e ho fatto un mese di prigione, a San Vittore, che è stato peggio dell’ospedale. Mi hanno messo anche la fotografia sul “Giorno” e sotto c’era scritto che ero “socialmente pericoloso”. Invece non è vero. Uno nervoso come me può anche perdere la pazienza quando quei due estranei lì, i miei genitori, mi picchiano e bevono. E io cosa devo fare? Stare a prenderle? Meno male che quelli del CPS mi vogliono bene e cercano che i soldi vengano spesi nella maniera giusta. Venivano anche ad aiutare la mamma a fare la spesa, ma poi i miei non hanno più voluto perché i soldi sono nostri e ci facciamo quello che vogliamo. Una volta mi hanno comperato una camicia da cinquantamila lire. Poi magari urlano che non si sa cosa mangiare. Io però lavoro, perché i dottori del CPS mi hanno trovato un posto all’Amministrazione dell’Ospedale che però non mi piaceva tanto: bisogna stare troppo attenti. Adesso va meglio qui allo spaccio, perché il lavoro è più semplice. E poi c’è Giovanni. Una domenica mi ha portato al campo a vedere la partita. Io giocavo bene al pallone, ma poi mi hanno trovato un rene abbassato e adesso non gioco più. Giovanni lo deve aver capito che il pallone mi piace, e con lui parliamo sempre di calcio.
Adesso mangio, anche i miei mangiano. I dottori dicono che meno si beve e più si mangia, e quindi si sta meglio. Anche i miei mangiano, dopo che mio padre è stato all’ospedale a Sondalo. La mamma però si lamenta sempre, dice che non le va mai bene niente. A me se mi facessero sposare con la mia ragazza e mi trovassero da lavorare andrebbe bene. Tutte le settimane vado a parlare con la dottoressa che però si arrabbia perché ogni tanto salto l’appuntamento e me ne vado da un’altra parte. Ma poi ci torno, perché lei mi capisce. Certo che se al collocamento mi trovano un posto…»

Lighea

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