Storia di Rosa, l’incanto della sirena

di Maria Venturi

Ogni volta che mi viene affidato un nuovo paziente, mi viene in mente l’antico rituale dei matrimoni combinati. Qualcuno ha deciso che siamo fatti l’uno per l’altra e mi presento al primo incontro con disponibilità e diligenza, curiosità ed eccitazione. Ma, soprattutto, con l’inconscia civetteria di chi vuole a ogni costo piacere, creare il contatto.

Con Rosa non fu così. La sua storia, che conoscevo in ogni particolare, aveva spento in me ogni sentimento che non fosse quello di una paralizzante inadeguatezza. Arrivava da noi a 33 anni, dopo quindici di emarginazione, violenze e ricoveri. Nata in un piccolo centro della Lucania da una grande famiglia (“grande” per arroganza, pregiudizi e gestione di un potere oscuramente mafioso), era stata “fatta fuori” dai tre fratelli maschi al comparire dei primi “disonorevoli” segni di diversità.

Tra un ricovero e l’altro, era stata spedita anche da alcuni parenti di Milano. Aveva tentato di dare fuoco alla casa e di avvelenare la cugina. Accingendomi a incontrarla, la vedevo come un animale ferito a morte che, impazzito, aggredisce e morde. Mi trovai invece di fronte una vecchia dai piccoli occhi sperduti aggrappata a una donna dalla cupa e inesorabile bellezza. Sua madre. La femmina matriarca. Un miscuglio tra eroina da tragedia greca e manager. Teneva stretta la mano della figlia non per rassicurarla o trasmetterle tenerezza, ma per non farla scappare. E c’era qualcosa di quasi osceno, in quel contatto: era come se la matriarca e la vecchia bambina fossero fuse in un essere solo che lottava per staccarsi.

In un moto di travolgente pietà, allungai la mia mano verso quella di Rosa e la sottrassi a quella di sua madre. Provai, con vergogna, la retorica sensazione di stabilire un nuovo contatto. Rosa diventava parte di me. O, più precisamente, io diventavo parte di Rosa.

E fu così. Per alcuni mesi è stata la mia padrona e la mia aguzzina. Ma anche mia figlia, mia sorella, la mia migliore amica. Consapevole del potere che esercitava su di me, mi seduceva e mi blandiva. È stata la più irresistibile “matta” della mia vita, e riuscire a stabilire il giusto rapporto (io l’operatrice, lei la paziente) ha rappresentato il mio più grande successo professionale.

Ma anche quando i ruoli si invertirono, e cominciai a gestire le stravaganze, le angosce e i colpi d’umore di Rosa, continuai ad avvertire l’insidioso fascino di un irraggiungibile mondo in cui non esistevano né censure né pudori né mezze misure.

Mi cercava e mi respingeva, mi insultava e mi supplicava di volerle bene. Era tenera e violenta, tragica e buffa.

Quando, faticosamente, riuscii a inculcarle un elementare amore di sé, diventò appassionatamente narcisista. Cominciò a truccarsi, a vestirsi con cura, a rimirarsi allo specchio. Un giorno andammo a fare una passeggiata in centro e lei, agghindata come un albero di Natale, ancheggiava e si pavoneggiava smaniosa di essere vista. Come rientrammo, si gettò a testa bassa su di me tempestando di pugni: «Sei una puttana! Gli uomini guardavano te, e non me!», urlò. Poi, di colpo, scoppiò a piangere chiedendomi scusa.

L’idea di perdere la mia amicizia la terrorizzava.

Era affamata d’amore e mi maltrattava al solo scopo di toccare con mano fino a che punto io l’amassi e lei potesse spingersi con le provocazioni senza perdermi.

Pur non essendo particolarmente colta o particolarmente intelligente, esercitava sui “compagni di follia” uno straordinario carisma: se lei rideva, tutti ridevano. Se lei piangeva, tutti scoppiavano a piangere.

Possedeva uno straordinario senso dell’umorismo: nei momenti di lucidità raccontava cose comicissime, e si prendeva sottilmente in giro; salvo piombare di colpo in una cupezza che calava su di lei come un impenetrabile muro. Si chiudeva allora in un suo mondo di fantasmi e di ricordi, di manie di persecuzione e di terrori. Temeva di essere aggredita o avvelenata o uccisa. Ma la sua grande paura, continuamente in agguato, era di essere stata per sempre respinta dalla famiglia.

Le attività cui era stata avviata (corsi di cucina, palestra, cucito) la appassionavano, ma all’improvviso si irrigidiva urlando: «Fatemi tornare a casa!». Faceva strazianti telefonate alla madre, gridandole il suo amore e il suo odio. Più avanti, quando imparò ad acquistare un controllo sulle sue emozioni e ad acquisire alcune elementari sicurezze, si costruì il personaggio della gran signora costretta a venire a patti con la mediocrità del prossimo e le piccole miserie della vita.

Subentrò, nella sua “follia”, un lucido ed esasperato senso di dignità e di grandezza. Si costruì castelli immaginari, vaste proprietà terriere, un nonno onnipotente. In un certo senso, questa smania di “vendersi” e di farsi valere fu l’esile filo, il solo, che ristabilì con la realtà. Spero che i suoi fratelli e la sua devastante madre non l’abbiano spezzato.

Perché Rosa era, a suo modo, eccezionale. Ripensando alle sue angosce e alle violenze della sua vita, talvolta mi chiedo se “impazzire” non sia un privilegio invidiabile.

Lighea

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