Storia di Luciano, irrequietezza allo specchio

di Alessandro Bajni

Viene da me per imparare il pianoforte. Quando dico viene dovrei aggiungere: ogni tanto. È un bel ragazzo, vent’anni, vivace, intelligente. Quando dico vivace dovrei aggiungere: troppo. La vivacità è utile a chi voglia fare della musica, non riesco a immaginare un pianista pigro e sonnolento. Tuttavia Luciano esagera. Mette le mani sul pianoforte, esegue una scala, un esercizio, ma non ha ancora terminato che già si alza e cammina per la stanza come i leoni allo zoo: va e viene, accenna a risedersi, poi d’un tratto torna a percorrere lo stesso itinerario.
«Calmati» gli dico, «vieni qua, riprendi, ti ho forse rimproverato?»
«No» dice, «lei non c’entra. Sono io l’irrequieto, non riesco a star fermo».
«Andante con moto» dico io per scherzare.
Lui non raccoglie. «Faccio così anche col tennis» precisa. «Ho sempre paura di non riuscire a rimandare la palla. Mi metto in mente che sbaglierò il prossimo rovescio. Ho la certezza che lo sbaglierò. E per non sbagliarlo, me ne vado».
Gli dico: «Andarsene e sbagliare è la stessa cosa». E lui: «Sarà, ma preferisco andarmene».
Infine si risiede. Ricomincia. Non male, ha delle doti. Ma non sa concentrarsi. Smette, riprende, smette. A un certo punto, invece di riprendere, annuncia: «Le scale sono una cazzata».
«Lo so» rispondo, «ma sono necessarie».
«Necessario è scopare» dice per provocarmi.
Io non mi lascio provocare. «Sono d’accordissimo anche su questo» gli dico senza incertezza.
E lui, urlando: «Intanto le donne non so cosa sono. A otto anni ho avuto una ragazza, un’altra a quindici. Perché ero bello, anche adesso lo sono, sono il più figo di tutti. A sedici anni ho incontrato una ragazza che mi toccava. Anch’io la toccavo, solo le sette e il culo, a dire la verità, ed era già qualcosa. Ma di scopare neanche l’ombra».
«Se facessimo un po’ di scale?» chiedo.
Niente, quando il ragazzo si mette in moto con i suoi discorsi non si ferma più. È meglio lasciar perdere. La prossima volta sarà più calmo, penso, gli capita anche questo. Dunque sto zitto.
Lui ribadisce: «Sono il più bello ma non so quanto potrà durare. Nei primi del mese sono irresistibile, direi che lo sono una volta ogni tre giorni. Poi calo alla distanza. Dal quindici lo sono una volta alla settimana, dal venticinque una volta ogni quindici giorni».
Io sono preoccupato ma cerco di non farlo capire.

So che il ragazzo, quando è in crisi, passa ore e ore a guardarsi allo specchio.

Come se gli avessi letto nel pensiero, riprende: «In questo periodo mi posso guardare allo specchio anche una volta al giorno, da Natale una volta alla settimana».
È Narciso che si ammira alla fontana. Qualche volta mi par di vederlo specchiarsi nel pianoforte: è un verticale nuovo, di quelli lucidi, riflette i volti.
Ora il ragazzo è più calmo. Dice: «In maggio i miei guai saranno finiti, me lo ha assicurato la dottoressa. La guarigione è fissata per la metà del mese circa, verso le tre del pomeriggio. La mia dottoressa, la donna più bella che io abbia mai conosciuto. Le dico sempre che una via, che è meglio di Venere. Lei non risponde, può darsi che lo sappia già. Del resto dico così a tutte, e anche la mia dottoressa dovrà abituarsi. Come farò a passare il Natale senza di lei?».
Non posso mandarlo via, capirebbe subito che voglio liberarmi di lui, mentirei la sua insicurezza. So, me lo ha detto sua madre, che ha spesso crisi di pianto e che dà la testa nel muro. Sarebbe penoso se lo facesse anche qui. Del resto picchiava la madre, il suo primo ricovero in clinica è stato dettato proprio da questa sua particolare liberalità verso le vie di fatto.
Ma da questo lato, mi hanno detto gli psichiatri, posso stare tranquillo: «Picchia solo sua madre, con gli altri è un angelo».
Meno male. Certo, non è facile da trattare.
Sto pensando a queste cose quando m’accorgo che il ragazzo è scomparso. Lo rincorro. Sta scendendo le scale.
«Grazie di tutto» grida, «le telefonerò».

Lighea

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