Storia di Francesco, felice in un milione di pezzi

di Laura Asnaghi

Erano mesi che Francesco mi faceva una testa così per vedere la Madonna con Federico di Montefeltro e Santi, una celebre opera di Pier della Francesca. «Sarà anche celebre ma io non so dov’è esposta», ho replicato. E lui pronto: «Ma lo sanno tutti che si trova alla Pinacoteca di Brera, andiamoci». Il tempo di infilare il cappotto e la sciarpa e poi via di corsa verso il museo. Risultato: di fronte alla celebre opera, Francesco si è tolto gli occhiali, li ha calpestati ed essendo lui orbo come una talpa si è privato del piacere di ammirare il quadro. Inutile sgridarlo: Francesco è fatto così. Sono la sua assistente da anni e lo conosco fin troppo bene per stupirmi del suo comportamento distruttivo.

La rottura degli occhiali non è che uno dei suoi crudeli rituali di autopunizione. Un giorno gli ho offerto due pasticcini perché si era comportato bene, ma lui non ha retto all’emozione di essere gratificato con dolci buonissimi ed è finito in bagno a farsi una doccia gelata. Naturalmente vestito.

Francesco è un bel ragazzo, giovane, ossessionato però dal bisogno di “espiare” colpe e quindi di soffrire. La sua storia di malato psichiatrico, o meglio di “picchiatello”, come lo chiamo io amorevolmente, è esplosa improvvisamente sui banchi di scuola.

Dopo un intervento in assemblea che gli aveva procurato una marea di applausi e sguardi ammirati da parte delle sue compagne di scuola, qualcosa dentro di lui s’è rotto. Scendendo dal palco, aveva urtato un tavolo e fatto cadere una bottiglia. Ma con i cocci di quella bottiglia era andata in frantumi anche la sua esistenza. Da allora è dominato da un impulso che lo porta a rompere tutto ciò che è fragile: vetri, bicchieri, piatti e persino i propri occhiali.

Non è una furia distruttiva, è sempre elegante e signorile nei suoi gesti, però i vetri intorno a lui resistono ben poco. Con nonchalance fa cadere bicchieri fingendo quasi di non accorgersene.

Cosa lo turba? Difficile dirlo. Con la madre vive un rapporto strettissimo, di vera simbiosi, il padre lo vede raramente perché lavora, mentre i fratelli, pur amandoli, non costituiscono per lui un legame fondamentale. Francesco, prima di essere affidato a me, è passato ovviamente da case di cura, cliniche psichiatriche e centri di riabilitazione. Adesso al suo fianco ci sono io e lui mi chiede, o comunque me lo fa intendere, “una severa azione direttiva”. Vuole che io sia rigida con lui e io non transigo, lo guido con amore e mano ferma.

Rompe sempre i vetri, ma da quando sta con me ha acquistato maggiore autonomia. Per andare a casa prende da solo il pullman. È vero, talvolta scende alla fermata sbagliata, perde tempo o strappa il biglietto subito dopo averlo acquistato. Ma questi inconvenienti, che si possono correggere con il tempo, sono ben poca cosa rispetto ai benefici che trae Francesco: impara a stare in mezzo alla gente, a non vivere relegato dentro le mura di casa e a confrontarsi con il mondo che lo circonda.

Lontano dal mondo chi soffre di turbe psichiche non migliora, regredisce, peggiora di giorno in giorno. Io lo so per esperienza e per questo non mi scoraggio quando Francesco dice: «Vede, io temo di deluderla e quindi mi punisco. E se non lo faccio temo possa succedere qualcosa di male a lei». Che vuol dire con questo? Semplice: che ha paura di stare bene, che è incapace di sopportare una situazione che gli dia piacere. E non a caso quando è in comunità qui a Milano, luogo in cui si trova benissimo, arriva a sfondare porte-finestre o addirittura le finestre che danno sulla strada, con il rischio che i cocci possano ferire un passante.

Così, dopo queste sue “bravate” noi lo puniamo e immediatamente scatta in lui la soddisfazione per la punizione subita. Ma, ripeto, questi non sono fallimenti: sono momenti di una rieducazione che consentono di capire, passare ai raggi X il malessere psicologico che perseguita Francesco. La terapia non può essere breve, ci vuole tempo per imparare a ritrovare un equilibrio che si è rotto. Ma questo discorso è difficile da far capire ai genitori del ragazzo. La madre, in particolare, a volte minaccia di toglierlo dalla comunità, di riportarlo a casa, di tenerlo vicino a sé, senza però capire che così facendo distruggerebbe tutti i passi in avanti fatti da Francesco. È vero: la sua vita è ancora in bilico tra la frustrazione e la gratificazione, rompe bicchieri, fa docce gelate, ma questo è anche il suo modo di comunicare un malessere e la voglia di uscirne con l’aiuto di un esperto.

Lighea

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *