Storia di Fosca, la stanchezza e il riscatto

Di Piera Rolandi

Ho ricevuto l’altro giorno una telefonata di Fosca da Taranto.
La voce non mi è sembrata particolarmente squillante.
– Hai bisogno di qualcosa, di qualcuno, Fosca?
– No, grazie, ma… qualche volta mi sento un po’ sola… Sai che questa città, la sua gente non la amo. Il modo di vivere, di pensare di qui lo rifiuto. Mio padre, mia madre, mio marito non li sopporto. Per fortuna ci sono i miei figli! Ma loro hanno la loro vita…

Ormai sono più di cinque mesi che Fosca è tornata a Taranto e a Milano ci è venuta solo due volte da quando se ne è andata laggiù. Questo mi sembra positivo. Forse, chissà, povera Fosca, è sulla buona strada per imparare a gestire la sua malattia (come vorrebbero i medici!)

Se mi sentisse dire «povera Fosca» si arrabbierebbe di certo, perché non vuol essere compatita, ritenuta “matta”. Ha così bisogno di protagonismo. Ha così bisogno di sentirsi “qualcuno” e soprattutto “qualcuno che vale!” Me la ricordo bene quando veniva da noi a lavorare al Politecnico. Brava, efficiente, gentile con tutti, una volontà di ferro di mostrare agli altri il suo volto migliore, con quel suo fisico forte, sensuale, di tipica donna del sud. Con il suo fisico si sapeva imporre, addirittura cercava di dominare. Ma guai a chi voleva andare oltre, tentava di scrutare più in profondità. Solo con me ha stabilito un rapporto diverso. Ha intuito subito, grazie alla sua intelligenza, il lato dolce, servizievole nel mio carattere e, seppur con difficoltà, è riuscita ad aprirsi con me.

Mi parlava qualche volta dei suoi numerosi tentativi di suicidio: clamorose messe in scena di fughe dalla realtà. Poi, con il passare del tempo, tra un ricovero e l’altro, nuovi tentativi, ma che avevano più sapore di richieste di aiuto che di fuga.

Per tanti anni, l’unico rifugio sicuro sono state le case di cura: la protezione continua, la possibilità così di regredire allo stato infantile, il bisogno di sostituire le figure del padre e della madre con il medico o l’infermiera, con qualcuno che poteva darle fiducia.

Quel padre, amato e odiato, volgare, ignorante e traditore, che ha abbandonato la madre per unirsi a un’altra donna volgare quanto e più di lui, dalla quale ha avuto anche una figlia.
E la madre, nel cui mito è cresciuta: una donna pia, virtuosa, seria, abbandonata dal marito – pensava la piccola Fosca. E invece no, anche la madre ha avuto le sue cotte, i suoi amanti! Traditore il padre, ma ancor più traditrice la madre, soprattutto in una Taranto “bene”.
E allora Fosca, rifiutando tutto questo, a 21 anni si sposa. Vuol costruire il suo mondo lontano da queste bassezze. Un marito amato, tre figli, gli studi all’università. Tutto sembrava andare per il meglio… poi improvvisamente una grande stanchezza, come una morsa che le impedisce di gestire la pesante vita quotidiana. E così arriva il primo tentativo di suicidio: camera in un grande albergo, champagne e tante pillole…

È l’inizio del precipitare. Tutti la considerano pazza. Il marito se ne va e prende con sé i figli. Ormai sta con un’altra donna che vuol sposare, addirittura in chiesa. Perciò chiede l’annullamento del matrimonio alla Sacra Rota.

Povera Fosca! Cancellatasi come figlia di un padre e di una madre traditori, rinasce come moglie e madre. Poi, davanti alla sua conclamata stanchezza di vivere, la si vuole cancellare anche da questi ruoli.
E i figli? I figli per Fosca sono intoccabili. Il suo rapporto con loro è sempre stato ottimo. Madre affettuosa e solerte all’inizio, quando la malattia ha avuto il sopravvento, ha sempre preferito allontanarsi da loro «perché non devono avere motivo di credere, come tutti dicono, che la mamma è matta». Nessuna scena, nessuna crisi in loro presenza, non è mai avvenuta in tanti anni.
I suoi figli la capiranno, l’aiuteranno? Fosca lo spera. Forse è la sua unica speranza. Intanto continua il suo triste viaggio alla ricerca di se stessa con l’aiuto dei medici, fuori e dentro le cliniche, fuori e dentro la comunità. Ha anche capito che il lavoro l’aiuterà a ricostruirsi, a ridarle quello spessore intellettuale e culturale che è della sua natura. Da qualche mese sta riaccettando anche Taranto, il suo passato, la sua famiglia. Questi cinque mesi trascorsi laggiù lo stanno a dimostrare.
L’unico aggancio per ora con il futuro sono i suoi figli. Se loro lo capiranno e se lei li lascerà vivere la loro vita, forse ce la farà ad accettare tutto il passato e se stessa.

Davanti ai dubbi, alle incertezze, alle paure, Milano con la comunità, i medici, gli operatori che l’hanno seguita e che anche da lontano la seguono, è qui pronta ad accoglierla. Fosca sembra non dimenticarlo. Fra i dubbi, le incertezze, le paure degli altri, troverà lo spazio di far emergere il suo io, ritroverà la forza di vivere a Taranto ed essere se stessa.

Lighea

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