Storia di Alberta, un uragano e un’emozione

Di Vittorio Corona

Alberta mi è entrata nel cervello e insieme nel sangue che avevo otto anni. Il pomeriggio, finiti i compiti, si giocava insieme a casa sua con altri bambini e durante la bella stagione si andava su in terrazza, nel vecchio e nobile palazzo di Genova.

Me la ricordo immensa quella terrazza ma forse ero io così piccolo che la vedevo così grande; me la ricordo circondata da muri molto alti con le antenne per la tv un po’ piegate, un po’ arrugginite.

Quel pomeriggio non era ancora arrivato nessuno dei nostri amichetti; eravamo soli e faceva caldo in terrazza. Non so cosa stessimo facendo o di cosa stessimo parlando: ricordo solo quella scena. Improvvisa, abbagliante, sconvolgente. Alberta mi guardava negli occhi sorridendo, sollevò l’abitino azzurro, era senza mutandine; divaricò un po’ le gambe e fece pipì. In terra. Poi disse: «Se la mamma mi vedesse in questo momento mi ammazzerebbe di botte. Papà no, papà scoppierebbe a ridere».

Forse dottore c’è qualcosa che non va anche dentro di me, o forse ho aspettato, ho sperato per anni che quella scena mi abbagliasse ancora, mi scuotesse fin dentro il più profondo e segreto dei miei desideri ancestrali, ma certo è che non l’ho più dimenticata. E Dio solo sa quanto han tremato le mie gambe, quanto mi è ripulito lo stomaco, quanto calore ha avvampato la mia fronte quel giorno di 12 anni dopo, quando ho rivisto Alberta a Milano. Come per un micidiale disegno superiore mi si è parata davanti d’un tratto, sul marciapiede che percorrevo in senso opposto. Cristo, era bellissima e quel sorriso non era cambiato.

«Sai», fu la prima cosa che mi disse, «mio padre è morto quattro anni fa e io sono molto sola. Ce li ho tutti contro. Meno male che ti ho incontrato. Ho fame mi porti a mangiare?»

Io non so se si può raccontare un’emozione, non lo credo possibile. Per farlo bisogna essere lucidi, e per essere lucidi bisogna essere distaccati. Chi ha incontrato Alberta, chi ha amato Alberta non può, non ha mai potuto essere distaccato.

Alberta è una febbre, un abisso, un tormento. Alberta è l’angoscia, l’attesa, la violenza. È il desiderio, la paura, la fusione, il rigetto. Alberta è un’emozione così. È lacerarsi. Per sempre.

Entrammo in un ristorante, lei parlava, parlava, raccontava, piangeva, rideva, inveiva, seduceva. Me e chiunque fosse dentro quel ristorante. Era bellissima, certo, e quel vestito nero così corto e così scollato che si era appiccicata addosso la esaltava. Ma non c’era niente di volgare, niente di provocatorio in quella bellezza. Quegli occhi degli altri che si sentiva addosso si nutrivano della sua febbre, non del suo corpo.

Le piaceva essere il centro dell’attenzione, non le piaceva essere desiderata. «Il sesso mi fa paura», disse diventando triste d’un tratto. «Io non tollero l’emozione, e il sesso è emozione: devo andare in bagno, accompagnami». Si alzò di scatto sicura che la seguissi. «Ce l’hanno con me; gli altri si approfittano di me; vogliono farmi del male. Quando hanno saputo che mio padre era morto si sono scatenati. Sento le loro voci di continuo, non mi lasciano in pace; vogliono sporcarmi, vogliono umiliarmi, vogliono annullarmi. Ecco ecco, anche adesso; li senti? Li senti anche tu, vero che li senti questi bastardi?»

Non ho mai visto occhi pieni di terrore come quelli di Alberta in quei momenti; non ho mai sentito, toccato l’angoscia come in quei momenti; non ho mai visto senza vederla una forza tanto devastante stravolgere un essere umano dal di dentro; non ho mai trovato tanto dolore senza sapere da dove arrivasse, tanto amore senza sapere a cosa servisse, tanto odio senza sapere verso cosa, e tanto freddo, tanto tremore, tanto stupore, tanta vertigine, tanto furore.

Lei si tappava le orecchie che con violenza, i pugni serrati, si colpiva, si contorceva e sputava, sputava dappertutto e la saliva le restava appiccicata sulle labbra, sul vestito, sugli occhi, le inumidiva i capelli e lei cercava di strappare i capelli, mi respingeva, mi colpiva, mi graffiava, non piangeva. Poi basta, poi tornò Alberta. «Ti ho chiesto di accompagnarmi perché ho sempre paura che qualcuno entri dentro», sussurrò. Sollevò il vestito, non aveva mutandine; sorrise di quel suo sorriso, si sedette e fece pipì. Dodici anni dopo, come allora. Poi si guardò allo specchio, si scoprì il seno e mi interrogò: «Ti piace il mio seno? Mia madre lo vorrebbe, ma è mio è solo mio e io non glielo darò mai. Lei me lo guarda spesso, io lo capisco che è gelosa. Io sono più bella di lei. Che vada affanculo questa stronza. È una stronza, quando la voglio non c’è mai e quando c’è la odio e la picchio. Mi piace picchiarla, la contessa. E anche i piccoli conti, i suoi figli, i miei fratelli. Mi fanno schifo, li odio come li odiava papà. Papà voleva solo me. Anche tu devi volere solo me. Mi vuoi, vero che vuoi?»

Certo che l’ho voluta dottore. Gliel’ho detto, Alberta è una febbre: che contagia, distrugge, lacera. Ma solo quando si delira si riesce a guardarsi dentro, senza paura del nostro buio; solo quando si delira ci si può toccare le viscere, senza il ribrezzo di sporcarsi; solo quando si delira si può prendere in mano il proprio cuore, liberare il proprio cervello da quella scatola che lo comprime, mangiare le proprie feci per non lasciare uscire niente dell’amore di cui sei invasato.

L’ho voluta con i suoi incubi, con la sua dolcezza, con la sua brutalità. L’ho voluta quando mi accarezzava e quando spargeva per casa il sangue delle sue mestruazioni che ignorava. L’ho voluta mentre disegnava e mentre fracassava, mentre danzava e mentre si paralizzava, quando fuggiva e quando baciava. Non ho mai voluto nessuno così. Non vorrò più nessuno così. Ma Alberta, dottore, non si può avere. Alberta è sua. E io… io non sono suo padre.

Lighea

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