Stavo per essere conquistato dall’irresistibile fascino dell’astensione

Ero quasi convinto di votare per il partito di maggioranza, quello del non voto; un illustre sconosciuto mi ha fatto cambiare idea

Indro Montanelli mi aveva confidato di aver votato nella sua vita per almeno sei partiti diversi. Perfino per i monarchici. E sia pur turandosi il naso, anche per la DC. Ma quella volta, credo di ricordare fosse alla fine degli anni novanta, aveva deciso per l’astensione. Fatto è che voleva esplicitare questa sua intenzione sulle pagine di «Oggi» nella nostra rubrica di dialogo settimanale. Quattro milioni di lettori, che tenevano giustamente in grande considerazione i suoi pareri, rischiavano di alterare sensibilmente l’esito della votazione, con un’impennata record di schede bianche.
Cercai di richiamare bonariamente il maestro alle sue responsabilità di grande comunicatore. Lui anzi cercava di convincermi che io, proprio in quanto direttore di un grande giornale popolare, avrei dovuto farmi paladino della protesta. Finì con un compromesso: lui avrebbe analizzato, senza prendere posizione, i motivi di un’astensione già allora crescente, significativa di una progressiva disaffezione degli italiani per la politica.

Sono passati vent’anni. Il grande Indro, ahimè, non c’è più; ma il suo partito di allora, l’astensionismo, ha oggi la maggioranza assoluta. E a me, che ho sempre votato per la minoranza della minoranza, viene voglia di iscrivermi. Mi viene il dubbio che ancora una volta avesse ragione lui, il mio grande maestro. Che quando non si può più votare per il meno peggio, perché sembrano tutti uno peggio dell’altro, quando si teme di dover scegliere o gli incompetenti o i disonesti, o la sinistra che va a destra o la destra che va a sinistra o gli estremisti di centro, e rischiano di vincere gli incompetenti o i disonesti che avranno messo insieme il quaranta per cento del quaranta per cento, ossia il sedici per cento, e andranno a comandare votati da meno di un un italiano su sei, e avranno il coraggio di chiamarla democrazia, quando, dicevo, si arriva a questo punto, non è meglio cercare di ridurre a zero l’adesione,

votare scheda bianca e sperare così che gli eletti, la cosiddetta maggioranza, sia indotta dalla piazza a vergognarsi della propria pochezza, e sia costretta a rinunciare, e si ricominci tutto daccapo, con regole più decenti e uomini più presentabili?

Dilaniato da questa utopistica prospettiva rischiavo di perdere il sonno quando mi è venuta inaspettatamente in aiuto mia moglie mostrandomi il testo di un tale Roberto Tallarita che si presenta su «Il Post.it» come «avvocato in faccende di società che scrive cose che nessuno gli ha richiesto fin dalla più tenera età». Riporto pari pari, a brani: «astenersi, o votare il candidato simbolico che non potrà mai farcela, manda un segnale forte. Si vuole insomma rifiutare la povertà dell’offerta politica per far sì che si arricchisca, negare la propria complicità a un sistema mediocre […] Tutte cose buone. Anche questo però ha senso solo se è il meno peggio […] Quando le scelte possibili sono tutte spiacevoli votare il meno peggio è più un dovere che un piacere […] Chi si astiene non si sta liberando del ricatto del meno peggio ma più semplicemente pensa che il meno peggio sia proprio aiutare il peggiore a vincere oggi per avere forse qualcuno molto migliore domani […] In realtà, per quanto il candidato meno peggio possa essere lontano dalle nostre aspirazioni, gli altri lo sono di più. Il rischio peggiore è di far vincere il peggiore oggi e non avere gran che di meglio domani».

Ecco: sono più o meno le parole con cui tanti anni fa avevo indotto il mio amico Montanelli a più miti consigli. Mi sembrano convincenti, forse più di un appello del presidente Mattarella.

Paolo Occhipinti

Giornalista, ex direttore editoriale di Rcs, ex direttore del settimanale Oggi

1 Comment

  • L’alternativa oggi è rappresentata dalla scheda bianca che, se non è stata protagonista in Sicilia causa l’esondazione dell’assenteismo, egualmente merita un’attenta riflessione soprattutto in vista del prossimo 4 marzo, momento in cui i sondaggi -di nuovo- prevedono un alto tasso di assenteismo.
    In cosa si differenziano sostanzialmente l’assenteismo e la scheda bianca? Il primo può significare tante cose: pigrizia, disinteresse, gita al mare (come suggeriva Craxi!), sfiducia, pessimismo; pertanto non è una risposta politica, non si sa cosa voglia esprimere di preciso, laddove invece la scheda bianca è chiara nei suoi intenti, dice chiaramente che non si vuole questa politica, non si vogliono questi Parlamenti affollati di inquisiti e condannati, non si vogliono queste inefficienze, questi sprechi, queste corruttele, questi litigi interni alle segreterie che sfociano in nuovi partiti e partitini, questi politici presenti in Parlamento da un numero enorme di legislature, questa incompetenza specifica che ha portato e approvato in Parlamento una legge elettorale poi risultata incostituzionale, con la quale però si è votato un nuovo Parlamento che ha legiferato in modo del tutto incostituzionale!
    Scegliendo la scheda bianca, il cittadino al seggio ci va e manda un preciso messaggio, non poltrisce in casa e non va al mare il giorno delle elezioni; nè vuole affidare la sua giusta protesta ad altri dilettanti e impreparati, ad arruffa popoli reazionari e razzisti, a nostalgici più o meno estremi, ad inconcludenti boy scout.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *