Sono riuscito a filmare una donna che si dà fuoco

Come mai due soli corrono in aiuto mentre tanti altri sembrano più che altro interessati allo spettacolo?

In questi giorni sono rimasta sconcertata da una notizia riportata su giornali e web: a Crema una donna, afflitta da problemi psichici, si è data fuoco in un campo; mentre un uomo si precipitava fuori dalla propria auto per cercare di spegnere le fiamme e salvarla, poi aiutato da un altro signore arrivato con un estintore, una ventina di persone si è radunata attorno alla scena e ha filmato tutto.

Premesso che sicuramente non ci si aspetta da tutti il coraggio e la prontezza di intervenire in una situazione simile, anche a rischio della propria vita e che si può certo rimanere paralizzati dallo shock, mi chiedo come si faccia a prendere il cellulare per filmare e non per chiamare i soccorsi. Che razza di persona davanti a una scena simile, davanti alla morte di un essere umano, invece di intervenire filma tutto? E poi mi sono anche domandata: che cosa ne avranno fatto questi soggetti del video, una volta terminata la registrazione? Lo avranno venduto al deep web? Forse c’è gente che pagherebbe per vedere uno spettacolo simile. Lo avranno conservato nella galleria del cellulare per mostrarlo ad amici e parenti? E nel caso tra questi ci fosse qualcuno che chiede come mai stessero filmando invece di aiutare, cosa avranno risposto? O lo avranno sepolto tra centinaia di altri video ripresi compulsivamente, come quando a un concerto, invece di godersi la musica, si filma tutto più per dirsi: “Io c’ero”. 

In effetti, è molto più semplice essere spettatori, che attori; è molto più semplice guardare che agire, prendere parte, anche quando si tratta di qualcosa di bello, che dovrebbe suscitare piacere. Sembrano due esempi diversi, e per certi versi lo sono, perché afferiscono a emozioni e reazioni differenti, ma credo che una somiglianza di fondo ci sia: quando, in un museo, ci troviamo al cospetto di un’opera d’arte, tutto ciò che possiamo fare è godercela, osservarla, assimilarla, elaborarla. Quando ci troviamo davanti a una persona in pericolo di vita, ciò che possiamo fare (ovviamente, nei limiti delle possibilità di ognuno) è dare una mano. Invece, davanti a un’opera d’arte tiriamo fuori il cellulare e scattiamo una foto, senza nemmeno guardare ciò che stiamo inquadrando, e poi passiamo all’opera successiva, e a quella dopo ancora, in una bulimica serie di immagini che non riguarderemo mai più, solo per poter dire a noi stessi e agli amici: “Io c’ero, io sono stata qui”. E davanti a una donna che si dà fuoco, ciò che la maggior parte delle persone presenti ha fatto è stato tirare fuori il cellulare e girare un video, che magari condividerà sui social o mostrerà ad altre persone.

Sembra che sia diventato quasi insopportabile essere presenti, esserci con la mente e con il corpo, esserci per noi e per gli altri, tanto che abbiamo bisogno di un cellulare che medi tra le nostre emozioni e quello che ci circonda, nel bene e nel male.

Indipendentemente dal fatto che ciò che ci circonda sia un’opera d’arte o un nostro fratello in difficoltà. È tanto insostenibile il fare parte di una comunità di persone, con tutto il bello e le difficoltà che questo può comportare? Abbiamo davvero bisogno di un cellulare che ci schermi da quello che accade, isolandoci da tutto e da tutti?

Mi chiedo che cosa stiamo diventando e se si possa fermare questa corsa verso il baratro. Durante la quarantena riempivamo i nostri social di speranze e di ingenuo ottimismo: “andrà tutto bene”, “ne usciremo migliori”; non credo che ne siamo usciti migliori, anzi, sembra che ne siamo usciti più meschini di quanto non fossimo prima della pandemia. La cattività a cui ci siamo sottoposti ha amplificato la bestialità di molti di noi, tant’è che appena si sono riaperte le gabbie, siamo stati sommersi da un mare di egoismo e grettezza: negazionisti del Covid, complottisti analfabeti che si riversano nelle piazze per berciare le loro idee deliranti, fanatici della mascherina e fanatici contro la mascherina, e oltre a ciò risse, aggressioni per motivi futili, gli insulti allucinanti a Silvia Romano, colpevole di essere tornata in Italia convertita e dietro il pagamento di un riscatto, dopo essere andata ad “aiutarli a casa loro”, e per finire questo fatto recente. 

Aristotele sosteneva che l’uomo fosse “animale sociale”, incapace di vivere isolato dagli altri, ma in questo momento mi sento più in sintonia con l’“Homo homini lupus” di Hobbes: l’uomo è lupo per l’uomo, il nostro egoismo ci sta soverchiando. Non guardiamo all’altro con curiosità e apertura, ma con sospetto e diffidenza, come se fosse una minaccia per la nostra sopravvivenza e non una risorsa per la nostra esistenza, o anche con distanza e indifferenza come se la sua presenza non ci toccasse. Invece di godere del successo del nostro vicino, lo insultiamo perché non è stato male come noi, invece di gioire del ritorno a casa di una ragazza giovanissima e coraggiosa, la riempiamo di insulti e ci sdegniamo perché dopo qualche giorno esce di casa per andare, che scandalo, dall’estetista. Invece di aiutare una persona che si sta togliendo la vita, ci trinceriamo dietro i nostri cellulari per immortalare la scena, come se fosse uno spettacolo gratuito e noi il pubblico in prima fila.

Davanti a una donna che si dava fuoco, solo due uomini hanno visto una persona, tutti gli altri uno show da immortalare: forse dobbiamo partire da questi due esseri veramente umani.

Giuseppina Velardo

Psicologa e Psicoterapeuta. Si occupa di terapia familiare, di coppia e del singolo individuo. Collabora con Fondazione Lighea Onlus.

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