Sono insegnanti di sostegno o sostegno per gli insegnanti?

In gran parte dei casi i docenti incaricati di seguire ragazzi problematici non sono preparati ad affrontare questioni di natura emotiva e psicologica

Antonio è un vero appassionato di statistica, laureato in matematica pura e poi specializzato in scienze statistiche: lui costruisce algoritmi. Può fare formule su tutto, il suo campo ideale è la ricerca, ma non disdegna anche di lavorare nel campo industriale.
Gli anni passano, il lavoro non arriva e allora decide di ripiegare sull’insegnamento. Certo non è proprio il lavoro ideale, ma alla fine ci si può appassionare, poi ci sono i ragazzi, la loro motivazione, vivacità.
Passano gli anni e il lavoro non arriva: che fare?
Antonio decide di fare l’insegnante di sostegno, tanto è un po’ come fare l’insegnante dai, poi ce n’è tanto bisogno, no?
Allora un bel corso, tante sigle da imparare, diagnosi, categorie, malattie.
Antonio allora scopre che in fondo è diventato un po’ psicologo.

A prescindere dal nome e dalla materia penso che quella che ho appena riassunto sia l’esperienza professionale di molti insegnanti di sostegno, un percorso doloroso di progressivo adattamento dell’aspettativa, che ti porta a concluderre che in fondo mangiare pesce fresco e tonno in scatola non sia così diverso.
Notiamo quindi un curioso e per certi versi esiziale isomorfismo: un insegnante caduto parzialmente in disgrazia si occupa di studenti che hanno una condizione di svantaggio rispetto alla classe, un po’ come se un manager licenziato dovesse occuparsi di out-placement.

Stare a contatto con la sofferenza e con le difficoltà connesse all’apprendimento (mi rifiuto categoricamente di utilizzare la definizione “disturbi dell’apprendimento” poiché spesso di disturbato c’è solo l’insegnante quando si convince che tutti debbano apprendere secondo i modi da lui stabiliti) richiede grandi abilità relazionali, capacità di tenuta dell’ansia, creatività, energia, passione.
Nella mia funzione di supervisore nella scuola primaria (elementari e medie)

ho potuto constatare come di fatto la stragrande maggioranza delle difficoltà dell’apprendimento siano dovute a metodologie troppo normalizzanti, a difficoltà di gestione della classe, a scarsa motivazione.

In questo clima la diagnosi da strumento conoscitivo e descrittivo diventa motivo fondante di esclusione sociale e di affidamento allo specialista (l’insegnante quasi psicologo) e dunque rinuncia a una ricerca continua di strategie efficaci di insegnamento.
È rassicurante se qualcuno mi viene a dire che quel bambino che da settimane non riesco a gestire è ingestibile, che quello che non riesco a coinvolgere è patologicamente distraibile: improvvisamente tutte le mie paure si dissolvono, non sono io il problema, è lui, la sua malattia, anche un po’ la famiglia che poi si sa se è malato una causa ci sarà sicuramente.
Allora posso riprendere velocità, rivolgermi a quelli sani, a quelli per cui val la pena di lavorare.
A conti fatti l’insegnante di sostegno finisce con il sostenere il docente di materia, sgravandolo dalla gestione delle situazioni complesse, garantendo con la sua presenza che ci sono anomalie ingestibili anche dal migliore degli insegnanti.

Da un altro punto di vista mi sembra di poter sostenere che il sostegno funzioni anche per l’insegnante stesso, spesso di giovane età o docente di una materia “minore”, che quindi trova in questo impiego un utile mezzo di sostentamento nella tanto sospirata attesa di poter tornare alla materia di elezione.
Quanto agli alunni, escludendo tutte le situazioni di forte compromissione dove il sostegno risulta l’unico mezzo per poter accedere alla scuola, un insegnante tuttologo sul piano curricolare (ovviamente non ci sono insegnati di sostegno di materia), frustrato sul piano esistenziale e preparato “part-time” sui fatti della psiche e del comportamento finisce col non essere di grande utilità.

Per formare i “quasi insegnanti” sarebbe preferibile a mio avviso ricorrere agli psicologi, visto che i problemi più complessi da affrontare sono spesso di natura emotiva e psicologica, di esposizione alla fragilità e alla complessità del rapporto con gli altri.
Già, ma una simile soluzione non aiuta a trovare una sistemazione per migliaia di insegnanti in cerca di un posto. Insegnanti di sostegno o sostegno per insegnanti?

Lighea

2 Comments

  • Sabato 9 dicembre, a Roma, si tiene l’incontro per i SOCI e per i SIMPATIZZANTI dell’Associazione Coordinamento Nazionale Insegnanti di Sostegno.

  • Ma perch , nonostante l Italia sia un Paese universalmente considerato all avanguardia per il sistema di inclusione scolastica dei disabili, continua a verificarsi la contrapposizione tra famiglie e istituzioni?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *