Sommersa dal denaro liquido la nostra civiltà è liquidata

Trasformiamo qualsiasi cosa concreta in denaro: così tutto diventa un simbolo astratto, e perde di significato

Nella Filosofia del denaro Georg Simmel considera il denaro come mero simbolo astratto di relazioni astratte. Per chi preferisce parlare come si mangia, diciamo che il denaro vale quello che può comprare e quindi, potendo comprare qualsiasi cosa (con buona pace della pubblicità di Mastercard), ed essendo privo di valore intrinseco, è valutabile esclusivamente in ragione della quantità, sola misura della sua capacità di acquistare cose concrete, materiali o immateriali che siano.

È questo che i filosofi intendono quando lo definiscono un simbolo astratto? Chissà. In ogni caso, è un fatto che il denaro entra nel circuito della vita concreta nel momento in cui lo si spende, e forse non è un caso che il primo significato del latino expendo è “pesare con cura”, ciò che si fa normalmente nel momento in cui ce ne si separa in cambio di qualcosa di concreto appunto, di una qualsiasi utilità.

La psicologia tende a mettere a fuoco il modo come il denaro viene speso, perché lo considera rivelatore della personalità. Così, attribuisce al senso di colpa l’abitudine dei plutocrati di istituire fondazioni benefiche, nel Medioevo ma anche oggi. Basta pensare a Bill e Melinda Gates, che hanno destinato un numero impronunciabile di miliardi a iniziative filantropiche. Ci sono molti altri modi, naturalmente, rivelatori di altri aspetti della personalità. La modalità coatta dei forzati dello shopping, per esempio, potrebbe nascondere un deficit di identità. Tutto questo riguarda la fase della materializzazione del denaro-simbolo.

C’è però un aspetto che prescinde dalla natura simbolica del denaro, ed è quello della sua

consistenza liquida, che è una caratteristica fisica del denaro, tale per cui, anche solo per pesarlo, si deve costringerlo in una forma.

Da questa caratteristica ha origine un processo opposto alla conversione del denaro in cose concrete, quello della traduzione sistematica di qualsiasi cosa concreta nell’equivalente in denaro. Negli ultimi decenni questo processo ha portato in modo non sempre percettibile alla perdita della memoria dei significati delle cose concrete. Parallelamente al venir meno di qualsiasi gerarchia di valori collettivi (un dato di fatto che non ha bisogno di essere dimostrato) si è imposta una gerarchia dei valori quantitativi, in ordine crescente o decrescente, alla quale, sempre con poca consapevolezza, ci si è adattati. Con la conseguenza che l’attività economica universale, la produzione industriale, il commercio, l’agricoltura, si stanno trasformando a loro volta in simboli astratti, al rispettivo equivalente in denaro.

Se poi questo processo sia all’origine della “crisi” contemporanea lo lasciamo volentieri decidere ad altri, ma è certo che tutto l’armamentario delle parole, dei concetti, delle teorie, dei modelli elaborati negli ultimi secoli per “leggere” l’economia, al cospetto di questa “liquidificazione” dell’economia diventano di colpo ferrivecchi. E, visto che si sta giocando con le parole, chiediamoci pure se non si debba, piuttosto, parlare di liquidazione, il processo a cui si sottopone un complesso di beni e rapporti che hanno perso ogni attitudine produttiva.

Come dire: dalla società liquida alla società liquidata.

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Teodoro Dalavecuras

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