Soltanto se la chiamiamo per nome possiamo vincere la nostra paura

Nel momento in cui riusciamo a definirla, perde parte dei suoi effetti angosciosi e diventa controllabile

«Nulla sarà più come prima».
Quante volte abbiamo sentito questa frase. Dopo l’attacco alle Torri Gemelle, dopo Londra, dopo Charlie Hebdo, dopo il Bataclan, dopo Bruxelles… E invece, passata l’impressione dei cadaveri nelle strade, dei sopravvissuti terrorizzati sporchi di sangue, delle grandi manifestazioni di solidarietà che hanno riempito le piazze, tutto sembra tornato come prima, o quasi. Certo, abbiamo dovuto sopportare controlli più severi negli aeroporti e nelle stazioni o all’entrata di chiese e musei, subire limitazioni a iniziative giudicate potenzialmente esposte a pericoli, ma poi l’allarme si è stemperato e la guardia si è abbassata, almeno nel vissuto delle persone comuni.
Adesso, dopo Nizza, tutti rimproverano questa mancanza di memoria, gli allarmi ignorati. Contemporaneamente si esortano i cittadini a non lasciarsi intimidire e a difendere il nostro stile di vita.
Se è un dovere morale conservare il ricordo delle vittime e usare la memoria storica per concertare valide politiche di risposta alla minaccia jihadista, dimenticare il terrore è la medicina che ci ha permesso in passato e ci permetterà in futuro di continuare a uscire la sera, a riempire teatri e ristoranti, a consumare happy hours, a prendere aerei e treni, ad affollare metro.
È la stessa (benefica?) dimenticanza che ci permette di vivere e agire nonostante la consapevolezza della morte. Per alcuni filosofi

tutto quanto il genere umano ha prodotto nel corso della storia è frutto di questo irrazionale oblio, di questo autoinganno di eternità che ci salva da un’accidiosa inerzia.

Penso che le precedenti considerazioni si possano applicare anche al terremoto. Si produce lo stesso meccanismo di difesa.
Friuli, Irpinia, Molise, L’Aquila, Emilia… Eppure, a parte coloro che sono stati direttamente toccati dal sisma e forse ne rimarranno segnati per tutta la vita, gli altri abitanti di zone ad alto rischio, nonostante le tragedie di un passato anche abbastanza recente e le scosse a intervalli sempre più ravvicinati, hanno dimostrato, almeno finora, blanda mobilitazione nei confronti della messa in sicurezza degli edifici. Adesso, dopo Amatrice e le altre zone drammaticamente coinvolte dal recente terremoto, sembra che fiocchino denunce in Procura, ma sempre post factum. Naturalmente ciò non assolve le responsabilità di istituzioni e politici per i quali prevenzione e difesa del territorio sono doveri prioritari.
La dimenticanza ha, per altro, la sua faccia malefica nella rimozione: immagini e pensieri abbandonano il livello della coscienza per annidarsi nel profondo della psiche e, come un tumore maligno, covare nevrosi.
Dimenticare è una difesa che ci permette di sopravvivere, ma lascia spesso come eredità la Paura. Si tratta di un lascito insidioso: un sentimento indifferenziato di paura, Paura allo stato puro, Paura di avere paura.
Possiamo renderla meno terrorizzante solo dando un nome a ciò che nome non ha. Nel momento in cui un’oscura, incombente minaccia diventa qualcosa di concettualmente definibile, qualcosa che possiamo chiamare per nome, perde parte dei suoi effetti angosciosi per ridursi a un sentimento che riusciamo a guardare e con il quale possiamo misurarci.

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Raffaella Crosta

Psicologa. Collaboratrice della fondazione Lighea. Dal 1980 si occupa di terapia e riabilitazione di pazienti psichiatrici.

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