Sogno un dopocoronavirus: un telefonino ci salverà

Mi ha illuminato il segnale verde che consente l'ingresso alla metropolitana di Seoul
Avendo un’età che potrei definire avanzata, mi stavo abituando a vivere soprattutto nel presente, comunque senza fare programmi che eccedessero il medio termine. Per dire: alla domanda “Cosa faremo l’anno prossimo?” rispondevo sempre più spesso: “Vedremo”.  Questo stramaledetto virus avrebbe dovuto rendermi ancora più prudente nei  progetti e nelle aspettative, invece no. Al contrario sono ossessionato dal dopo. Cosa faremo, come saremo ridotti?
Non parlo di salute, e neanche di soldi. Faccio conto di riuscire a superare indenne l’epidemia, e di poter contare ancora su una pensione più che sufficiente. Ma mi chiedo: che vita sarà? Dovrò continuare a scansare quelli che incontro per strada, tutti, quelli che sembrano sani ma magari sono ancora portatori  inconsapevoli, e anche gli amici, perfino quelli che sono guariti, e chi mi dice che non possano infettarsi di nuovo, e soprattutto i bambini,  piccoli potenziali untori, pericolosissimi per gli anziani?  Dovrò ancora  restare a distanza di almeno un metro dai miei figli da mia nuora e da mio genero? Lavorano insieme ad altri, chi mi assicura che siano immuni? E dai miei nipoti, che saranno tornati a scuola? Hanno fatto un tampone? Due? Quando?
Ci fosse, tra i tanti esperti che blaterano in televisione uno che invece di rispondere “non si può sapere quando”, cominci invece a dirci come.
Chi sopravvivrà alla fame e alla miseria come farà a riorganizzare una vita che non lo riduca al rango di un animale velenoso  ma gli consenta rapporti decenti con il prossimo?  A furia di cambiare canale, alla ricerca di un futuro plausibile, mi sono imbattuto in un telegiornale coreano. In una stazione della metropolitana di Seoul, davanti alla porta d’ingresso gli aspiranti passeggeri puntavano il proprio smartphone sul sensore e potevano procedere oltre il tondello  solo se appariva un segnale luminoso verde.
Anche se non capivo una parola, ho intuito che non era la prova dell’avvenuto pagamento del biglietto, ma molto di più. La lucina verde testimoniava  con ogni probabilità che l’aspirante passeggero non aveva la febbre. Una sorta di lasciapassare sanitario, certo non decisivo a fini preventivi. Ma il mio futuro plausibile passa da quel tondello.  Immagino, o per il momento sogno, la futura applicazione del sistema. Un microchip o un codice personale sul proprio telefonino che attesti la propria  negatività al test coronavirus, da esibire ovunque si ravvisi un rischio di contagio, cioè ovunque: all’ingresso delle scuole, delle chiese, degli stadi, degli uffici, dei supermarket, dei treni, dei tram, degli aerei  eccetera. Si entra solo col semaforo verde.
Sì, sogno una vita d’inferno, disseminata di tondelli di controlli e di divieti. Ma perché quella di oggi è meglio? E le carte di credito, gli smartphone e le altre diavolerie ultramoderne già non attentano quotidianamente alla privacy e alla libertà di tutti noi? Lasciatemi sognare il mio microchip che non mi impone solo divieti: mi consente di uscire, di toccare, di abbracciare, di baciare e se occorre di prendere a pedate tutti quelli che ce l’hanno.
Paolo Occhipinti

Giornalista, ex direttore editoriale di Rcs, ex direttore del settimanale Oggi

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